Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Se solo tutti facessimo quello di cui siamo capaci.

di Lorenzo Peluso

Tornati sui banchi di scuola i nostri ragazzi. Insomma, non è semplice quest’anno. Ma in genere per la scuola sembra non essere mai semplice mettere in atto ciò che è necessario, quel che tutti sosteniamo essere utile e doveroso. Eppure non riusciamo a realizzare quella scuola che tutti auspichiamo. Perché? Dove e cosa sbagliamo? Se alla scuola demandiamo il compito importante di forgiare il futuro del nostro paese, allora è chiaro che dovremmo interrogarci sugli strumenti e sulla qualità di  ciò che apprenderanno negli anni di formazione i nostri figli perché sarà questo, e non solo questo, che determinerà le scelte future della loro vita. Se la scuola resta fondamentale quindi per la nostra società, lo è di conseguenza la qualità degli insegnanti. Dunque tutti auspichiamo docenti bravi, preparati, qualificati, capaci di far innamorare i nostri figli del sapere, della conoscenza.  L’insegnante può essere la fortuna del ragazzo, o la sua rovina. Ma è solo questo? Perché se lo è allora la responsabilità di tutto la demandiamo alla scuola e può bastare così. Occorre però considerare quanto negli ultimi anni la figura dell’insegnante ha purtroppo perso di ruolo ed il  riconoscimento sociale. Ammettiamolo che il veloce cambiamento di stili di vita ha inciso non poco nella perdita di autorità e credibilità della figura dell’insegnante. Se poi a questo aggiungiamo il decadimento qualitativo negli ultimi decenni mostrato da tanti docenti, allora il prodotto scuola è confezionato. Diciamolo subito, il discorso non riguarda tutti i docenti, per fortuna. Ma certo lo paghiamo il prezzo dell’immissione in ruolo in taluni casi di figure non all’altezza del compito, non sufficientemente preparate. La corsa ideologica che abbiamo fatto a difendere la scuola come luogo di lavoro per gli insegnanti e non laboratorio del futuro per gli studenti che hanno il diritto di imparare e di imparare bene, ha prodotto danni enormi. Si badi bene, non è uno schiaffone, che non può essere giustificato in alcun modo, a determinare la qualità del docente e del sistema scuola. No. Il sistema scuola è frutto innanzitutto di tutto ciò che noi altri, che viviamo fuori dalla scuola, famiglie comprese, produciamo ogni giorno. La poca attenzione, determinata dal tempo che non abbiamo, per dedicarci ai nostri figli che invece accompagniamo, lasciamo ed andiamo a riprendere in quel luogo che assolve le nostre anime di genitori troppo presi a risolvere le nostre di questioni irrisolte. Il lavoro, il tempo, le insoddisfazioni del vivere.  Dunque, certo la qualità della scuola, ma anche la nostra responsabilità del mostrare muri insormontabili fatti di silenzi e di incomprensioni tra adulti e ragazzi. Muri fatti da cellulari che mettiamo tra le mani a bambini che ancora non hanno neppure imparato a parlare, ma che sanno far scorrere le dita sui display dei cellulari alla ricerca dei cartoni preferiti. Poi però siamo tutti pronti a gridare allo scandalo, quando accade che un insegnate, persa la pazienza, fa ciò che non bisognerebbe mai fare. Risolve tutto con uno schiaffone che è una novità assoluta per lo studente, ma anche per i genitori perché non hanno avuto mai neppure il tempo di darlo quello schiaffo ai propri figli. Sono costretto a ripetermi, per chiarezza. Non si giustifica mai, in alcun modo, un metodo educativo o “correttivo” che implichi l’uso di uno schiaffone, ne in casa, ne mai a scuola. Dunque non c’è alcuna assoluzione per il docente di Teggiano che qualche giorno fa ha ammesso con se stesso che: “sbagli tu, e sbaglio pure io” mollando un ceffone ad uno studente in classe. Tutto questo ripreso da un telefonino, da altri compagni di scuola. Ma non c’è assoluzione neppure per coloro che ora, e solo ora, ricordano del ruolo e della responsabilità sociale che hanno, sempre, e non solo ora. Mi riferisco a quegli amministratori locali che hanno preso le distanze dal metodo. Mi riferisco a quelle associazioni che hanno stigmatizzato l’accaduto, gridando allo scandalo. E’ grave quel che è accaduto, e gli organi competenti dovranno fare, e lo faranno, chiarezza. Ma nel mentre noi altri, dovremmo invece preoccuparci di recuperare quel ruolo sociale di educatori che ci è assegnato dalla funzione sociale che svolgiamo. Le consulte, i centri, le associazioni, gli amministratori locali, i parroci, i laici, i giornalisti, anche, le famiglie, dovremmo tutti cambiare marcia. Senza un recupero forte dell’identità sociale basata sui valori reali del vivere e non quelli fittizi delle vite parallele vissute magari sulla rete, emulando quel che non siamo, allora di cosa stiamo a lamentarci. Se le madri quarantenni vivono una nuova adolescenza, nei modi nei costumi e negli atteggiamenti; se i padri non fanno i padri ma semplicemente lasciano i figli alle madri pensando che l’unica grande responsabilità alla quale sono chiamati è portare lo stipendio a casa, allora di cosa ci lamentiamo? Se magari trovassimo il tempo di capire davvero cosa fanno i nostri figli, chi sono, allora forse renderemmo più semplice il lavoro ai formatori, caricandoci di quella responsabilità di educatori che invece abbiamo demandato ad altri. Se solo pretendessimo dalla politica di applicare norme che a scuola portino insegnanti valutati sulla qualità, sulla competenza e non soltanto sul  punteggio in graduatoria o per le rivendicazioni sindacali, allora si che ci saremmo riappropriati di quel diritto civico che ci appartiene. Se solo tutti facessimo quello di cui siamo capaci, ammettendo i nostri errori e le nostre deficienze, quanto sarebbe più semplice ricominciare a crescere.