Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Quel che si chiede agli insegnanti: essere artigiani di menti ed anima dei nostri figli.

di Lorenzo Peluso.

Quello che manca, spesso, è quel senso di responsabilità che bisognerebbe si avvertisse nel comprendere quanto è delicato il ruolo dell’insegnante. E’ un lavoro, insegnare, certo. Lo è alla stregua dell’operaio, del muratore, di un artigiano. E’ un lavoro; dunque la mattina si esce di casa, perché a fine mese devono quadrare i conti. Insomma, occorre portare lo stipendio a casa. Si è fortunati ad averlo, il lavoro. La dignità di ogni mestiere è assodata, ed è anche riconosciuta, nel momento in cui ogni singolo mestiere, ogni professione, ogni lavoro, anche il più umile, è assolutamente utile alla società. Tutto scontato, certo. Nel caso dell’insegnate però c’è di più. Deve per forza esserci di più, altro. Si, perchè insegnare non può e non deve essere solo un lavoro. Si è artigiani, certo, ma della mente e dell’animo di bambini e ragazzi che saranno un giorno il futuro di una comunità, di un paese. Si è muratori, certo. Si costruisce infatti, ogni giorno, mattone su mattone, la coscienza civica ed il bagaglio culturale ed emozionale che farà di bambini e ragazzini, uomini e donne che un giorno diverranno a loro volta, insegnanti, medici, artigiani. Padri e madri. Dunque non è un lavoro essere insegnante, è certamente un mestiere ed è assolutamente una missione. La rincorsa al posto fisso ed una miriade di stratagemmi ha consentito negli ultimi trent’anni di sfornare migliaia di insegnanti ai quali viene affidato il futuro di una comunità, anche se in alcuni casi è più che evidente che l’unica missione che portano avanti, anche svogliatamente, ogni giorno, è arrivare a fine mese, perché è lo stipendio il vero obiettivo. Non me ne vogliano coloro che insegnano e ben conoscono l’amore per questo mestiere; converranno con me che sono troppi, ora, i loro colleghi che appartengono alla categoria dell’impiegato statale piuttosto che all’educatore. Ogni genitore, qualunque sia la sua propensione educativa, affida alla scuola, all’insegnante, il suo bene più prezioso: i figli. Lo fa con la certezza che in quelle mani sono al sicuro e soprattutto che da quella figura il proprio figlio riceverà tutto ciò che un genitore non ritiene capace di poter dare. Gli insegnati, dunque quali buoni genitori ai quali viene demandato il compito delicato, prezioso, di assicurare ai nostri figli amore, disciplina, fede, valori saldi e una solida conoscenza. Ai padri e le madri il compito di trasferire nell’esempio, l’insegnamento ai figli delle lezioni di vita apprese dai propri genitori e dal corso della vita con saggezza e consigli.  Perché in base alle lezioni apprese in gioventù, i nostri figli un giorno ci imiteranno. La responsabilità genitoriale è condivisa dunque nella fase di apprendimento dei nostri ragazzi con l’insegnante  e certamente la battaglia che insieme devono condurre per limitare le cattive influenze sociali non è delle più semplici. Mentre però tutto questo per un genitore, anche quello con molte lacune e difficoltà, è nella natura umana, per l’insegnante è solo frutto di quella passione per questo delicato lavoro che è una missione. E’ una vocazione, che così come per un uomo di fede, la si possiede o non la si possiede, ed i risultati sono evidenti e pragmatici.  Essere buoni genitori ed essere buoni insegnanti non è un gioco. Per un padre ed una madre il monito più importante è ricordarsi che i nostri figli hanno bisogno del nostro tempo. Per un educatore il monito più importante è essere consapevoli della responsabilità genitoriale che è parte integrante di un lavoro. Non è solo questione di modelli educativi praticati, di teorie pedagogiche; probabilmente la vocazione deve essere frutto anche di quell’esempio genitoriale, ma in questo caso professionale, che figure come  Celestine Freinet, Bruno Ciari, Maria Montessori e Don Milani hanno lasciato. Esempio di missione educativa che basa la sua forza sull’amore per l’essere umano ed per il futuro di una comunità. Ecco. Quello che vi si chiede, cari insegnanti, è misurarvi con l’interrogativo: avvertite la responsabilità genitoriale nella missione di insegnare? Se a questa domanda non avvertite dentro il fuoco, il pathos di un credo, allora lo stipendio a fine mese lo si può portare a casa svolgendo una miriade di altri lavori, che nulla hanno a che vedere però con l’essere artigiano delle menti e dell’anima del futuro dei nostri figli.