Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Quel che ne resta del Mezzogiorno.

di Lorenzo Peluso

E’ un tempo questo di grandi interrogativi. Spaventa il presente e ci si preoccupa, forse troppo poco del futuro. In realtà già da tempo siamo piccoli ingranaggi del “Villaggio Globale”, insomma cittadini del mondo, ma inconsapevoli. Lo dicono i numeri. Gli italiani all’estero regolarmente iscritti all’AIRE, (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) sono 5,5 milioni. Sono i dati del rapporto Migrantes,  fondazione della Cei. Nel 2006 erano 3,1 milioni, con una crescita in quindici anni del +76,6%. Una crescita ininterrotta e costante che ha visto sempre più assottigliarsi la differenza di genere (le donne che hanno deciso di partire sono passate dal 46,2% sul totale iscritti del 2006 al 48,0% del 2020). Elemento che dovrebbe far riflettere maggiormente è che si tratta di una mobilità costituita sia da nuclei familiari con minori al seguito (+84,3% in età 0-18 anni) che da adulti immediatamente pronti al mercato del lavoro (+78,4% di aumento rispetto al 2006 nella classe 19-40 anni). Nuovi nuclei famigliari che incrementano le nascite all’estero e ringiovaniscono quei paesi impoverendo il nostro, ulteriormente. Gli italiani che scelgono di andare all’estero sono per la maggiore diplomati in cerca di un qualsiasi lavoro e non solo i cosiddetti ‘cervelli in fuga’. Nel 2019 (gennaio-dicembre) hanno lasciato l’Italia ufficialmente 131mila cittadini verso 186 destinazioni del mondo da ogni provincia italiana. Complessivamente, le nuove iscrizioni all’Aire nel 2019 sono state 257.812 (di cui il 50,8%per espatrio, il 35,5% per nascita, il 3,6% per acquisizione cittadinanza). Le comunità di italiani all’estero più consistenti sono, nell’ordine, quella argentina (869.000), tedesca (785.088), svizzera (633.955), brasiliana (477.952), francese (434.085), inglese (359.995), statunitense (283.350) e belga (274.404). Seguono Spagna, Australia, Canada, Venezuela e Uruguay, con comunità al di sotto delle 200 mila unità e, dal Cile in poi, paesi al di sotto delle 62 mila unità. Se è vero che è la Lombardia, seguita dal Veneto, la regione dalla quale partono la maggior parte degli italiani che scelgono di vivere all’estero, è oltremodo vero che non è più una questione di divario Nord e Sud, ma sempre di più tra città e aree interne. Luoghi che si trovano al Sud e al Nord, ma che al Sud diventano una nuova sconfitta sociale, perché a svuotarsi sono territori già lungamente provati dallo spopolamento, dalla senilizzazione, da eventi calamitosi e da una strutturale congiuntura economica. Siamo distratti, da tante superficialità e calamitati da modelli sociali che ingannano la realtà. Non ci impegniamo per trovare soluzioni, piuttosto ci adeguiamo, o rassegniamo che anche peggio. Spendiamo risorse preziose per le nostre famiglie per far studiare i figli e poi quel capitale umano lo regaliamo ad altri Paesi. Negli ultimi quindici anni la percentuale di chi si è spostato all’estero con titolo di laurea o dottorato  è cresciuta del +193,3%, per chi lo ha fatto con in tasca un diploma l’aumento è stato +292,5%.  Cosa ne rimane quindi nei piccoli borghi delle aree interne del sud, oltre la popolazione anziana che è già la maggioranza? E’ questa la sfida che dobbiamo pretendere venga affrontata dalla politica: ridare una visione ed un’occasione per invertire la rotta. Questo deve pretendere la classe politica del Mezzogiorno nell’utilizzo della valanga di fondi del Recovery Fund che il nostro Paese potrà utilizzare. Lo deve fare in fretta anche, prima che sia troppo tardi.