Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Quando la cultura crea ignoranza

di Giancarlo Guercio

Il titolo – di fatto, un ossimoro -, è ingannevole. Per statuto la cultura crea sapere, conoscenza e tende proprio a superare l’ignoranza, ma alcune esperienze particolari, purtroppo sempre più frequenti, mi offrono uno stimolo, una riflessione, che qui espongo. Come spesso amo fare mi affido agli antichi e agli esiti delle loro suggestioni per trarre qualche spunto affinché possa procedere verso una più accurata e solida lettura degli eventi, dei comportamenti e dei fenomeni umani. Uno dei concetti più famosi della filosofia antica è quello della “docta ignorantia” che, nel Simposio, Platone affida a Socrate: “So di non sapere”. Quelli antichi furono tempi che valorizzarono molto il sapere e quindi gli uomini che agivano negli ambiti dello scibile, come intellettuali, filosofi, medici, pedagoghi, architetti, matematici, giuristi, etc, che erano molto considerati all’interno della società: la conoscenza rappresentava, in quanto processo, un iter faticoso, fatto di apprendimento, di ‘curiositas’, di discernimento; richiedeva tempo ed energie e un notevole dispendio di risorse dal momento che le famiglie ingaggiavano direttamente un pedagogo per la formazione e per l’educazione dei loro figli. Grazie al continuo rapporto tra docente e discente si verificava quello scambio maieutico che consentiva al giovane allievo di incrementare progressivamente il suo bagaglio conoscitivo e diventare un competente esperto di una determinata materia; la fatica impiegata per ottenere certi risultati induceva gli stessi dotti a riservare profondo rispetto ai dotti delle altre materie proprio perché erano pienamente consapevoli degli sforzi compiuti per l’acquisizione del sapere. Ecco allora che si disvela uno dei significati della “docta ignorantia”: so qualcosa ma non so tutto e mi affido a chi sa per conoscere. È il caso di precisare che ci stiamo riferendo a un mondo ormai passato, quando “thymos” (animo che stimola l’uomo ad agire), “menos” (la forza dell’impulso che fa agire) e nous (l’atto della mente) rappresentavano un impianto inalienabile per la formazione del pensiero e della conoscenza e per l’accreditamento dei risultati e delle opinioni mentre il “non-sapere” veniva colmato grazie all’azione approntata su metodo, spesso scientifico. Ecco quindi rivelato un ulteriore significato della “docta ignorantia” che consisteva nella consapevolezza della propria ignoranza e spingeva verso il riempimento di un vuoto cognitivo. La provocazione del titolo appare sempre più evidente. Per una ragione filologica e per una linearità logica avrei dovuto intitolare questa riflessione “Quando l’ignoranza crea cultura”. In tal modo si sarebbe compreso in maniera esplicita un ragionamento lineare, ma c’è un intoppo. La regressione culturale e umana dell’epoca che viviamo. Il sapere, così come lo intendevano anche gli antichi, è conoscenza di una materia, sia essa pratica o teorico-concettuale. È sapere quello dei nostri contadini che per una vita si sono dedicati all’agricoltura: la loro conoscenza della materia è solida e consolidata nella pratica, affinata dalla relazione con gli eventi climatici, con le stagioni, con la conoscenza della composizione del terreno, con i periodi dell’anno per la potatura o per la raccolta, etc..; è sapere quello dell’artigiano, che sa scegliere il materiale e lavorarlo con estro, creatività e tecnica; è sapere quello della massaia che sa combinare i sapori e i principi organolettici delle materie prime per offrire piatti ricchi e gustosi; è sapere quello più propriamente culturale, o intellettuale, o concettuale. L’uomo colto e dotto è colui che acquisito un sapere sente l’urgenza di migliorare, di accrescere il proprio patrimonio conoscitivo, evolutivo, ai fini di un progresso umano proprio e di conseguenza collettivo. Certamente non si abbandona a facili giudizi sugli altri né, se scaltro e saggio, si espone mostrando opinioni blande e discutibili, prive di credibilità. L’uomo saggio, consapevole della fugacità del tempo e delle infinite e meravigliose occasioni offerte dalla vita, sparla poco e agisce molto, certo della sua ignoranza e quindi di dover colmare una lacuna. Una per volta. Considerando questo concetto come criterio, l’uomo moderno ne esce piuttosto indebolito. L’orrenda regressione umana che purtroppo si registra in tanti ambiti scaturisce proprio dal capovolgimento (potremmo dire quasi parodico) di determinati addendi. Colui che ha acquisito un sapere è sempre più messo in discussione, se non schernito, da chi non possiede requisito alcuno per esprimersi, né per confutare l’agire degli altri, poiché privo di mezzi accreditati e verificati. E non si confonda la libertà di opinione o di pensiero con la perniciosa occasione offerta con faciloneria dai mezzi e dagli strumenti della modernità. Non è un caso, infatti, che l’opinione e il pensiero, intesi come libera espressione, siano addirittura sanciti come diritto dalla Costituzione, e che come tali vanno difesi, considerati e valorizzati; né è da svilire il ruolo che potrebbero esercitare i nuovi mezzi di comunicazione, di espressione e di relazione che indiscutibilmente sono in grado di veicolare e trasferire informazioni e sapere, se opportunamente utilizzati. Considerati i modelli della nostra epoca appare allora interessante il quesito sul ruolo che può e deve esercitare la cultura e l’atto culturale all’interno della nostra società. C’è ancora spazio per le “cose” della cultura, per il sapere, per la conoscenza? E come e da chi può essere opportunamente occupato garantendo risultati ed esiti utili? L’auspicio è che vi siano sempre più ignoranti consapevoli che vogliano seriamente faticare per incentivare le azioni della cultura, capaci di colmare vuoti e creare opportunità di relazioni e di azioni sane per la propria evoluzione e per il progresso della collettività. “Or appunto da questa ricerca, o cittadini ateniesi, molte inimicizie sorsero contro di me, fierissime e gravissime; e da queste inimicizie molte calunnie, e fra le calunnie il nome di sapiente. Ma la verità è diversa, o cittadini: unicamente sapiente è il dio”, Platone, Simposio, 6,23.