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Per non dimenticare. 25 anni fa il genocidio a Srebrenica.

redazione

 In Bosnia-Erzegovina alcune centinaia di persone al Cimitero Memoriale di Potocari, alle porte di Srebrenica, per commemorare le oltre ottomila vittime del genocidio compiuto 25 anni fa dalle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic.  La commemorazione quest’anno si svolge nel rispetto delle misure restrittive e di sicurezza imposte per la pandemia del covid-19. Oltre ai familiari delle nove vittime i cui resti sono stati tumulati sabato, è stato ammesso un numero limitato di persone per evitare il contagio. Si tratta delle vittime del massacro i cui resti sono stati identificati negli ultimi 12 mesi. Alle cerimonie alcune autorità bosniache ed i rappresentanti del corpo diplomatico, mentre le personalità che dovevano essere a Srebrenica hanno inviato messaggi video. Al rito funebre di sepoltura delle nove vittime, le cui spoglie sono state ritrovate in una delle 70 fosse comuni, solo i familiari. La vittima più giovane tra quelle che verranno inumate era Salko Ibisevic che nel 1995 aveva 23 anni, mentre il più anziano è il settantenne Hasan Pezic. Venticinque anni fa in questi giorni l’Europa visse una delle pagine più nere della sua storia recente. Fra l’11 e il 18 luglio 1995 venne infatti perpetrato il genocidio di Srebrenica, una delle atrocità più sconvolgenti della guerra in Bosnia Erzegovina (1992-1995), che costò la vita a 8.300 persone secondo le cifre ufficiali, mentre secondo altre fonti locali gli scomparsi sarebbero più di diecimila. In quei giorni le truppe serbo-bosniache, agli ordini del generale Ratko Mladic, entrarono nella città di Srebrenica e massacrarono la popolazione musulmana. Quando i serbo-bosniaci irruppero in città, oltre 40.000 abitanti fuggirono verso la base dell’Onu di Potocari, a nord del centro urbano. Circa 7.000 persone riuscirono a entrare nell’area della base, presidiata da un centinaio di caschi blu olandesi che avrebbero dovuto difendere la città, dichiarata dall’Onu zona protetta. Gli altri si accamparono fuori. All’arrivo dei serbo-bosniaci i caschi blu non intervennero, mentre Mladic fece separare gli uomini da donne e bambini, che furono deportati. Gli uomini – secondo le testimonianze di sopravvissuti e secondo l’atto di accusa del Tribunale penale internazionale (Tpi) per la ex Jugoslavia che con una sentenza dell’aprile 2004 ha stabilito per primo che fu genocidio – furono passati per le armi. I corpi degli uccisi nelle esecuzioni di massa vennero sotterrati in fosse comuni. A migliaia fuggirono nelle campagne circostanti e le milizie serbo-bosniache aprirono una gigantesca caccia all’uomo e ne catturarono migliaia: in gruppi di 200-300 furono messi in fila e fucilati. “In quattro ore il 16 luglio ne abbiamo uccisi 1.200”, racconterà anni dopo davanti al Tpi Drazen Erdemovic. “Ho visto decine di uomini sgozzati in un campo di grano – ha raccontato Abid Efendic – ho visto teste mozzate, ragazze violentate da decine di soldati”. L’allora leader politico dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic (oggi in carcere all’Aja condannato all’ergastolo) e il capo militare Ratko Mladic (in attesa all’Aja del processo d’appello dopo una condanna all’ergastolo in primo grado) dopo il massacro cantarono vittoria: con Srebrenica i serbi avevano conquistato oltre il 60% della Bosnia, ma quella strage convincerà l’allora presidente americano Bill Clinton a intervenire dopo che per oltre tre anni l’Europa aveva guardato distaccata e divisa la mattanza alle porte di casa. In pochi mesi Washington riesce a portare al tavolo di Dayton (Usa) musulmani, croati e serbi, ma il risultato si limitò a sancire la divisione etnica creando un paese diviso in due entità, la Repubblica Srpska, che comprende anche Srebrenica, e la Federazione croato-musulmana. Per Srebrenica, nell’aprile 2002 il governo olandese di Wim Kok decise di dimettersi dopo che l’Istituto per la documentazione di guerra riconobbe la responsabilità dei politici e dei caschi blu olandesi nel non aver saputo impedire il massacro. Il comando olandese dirà poi d’aver chiesto l’intervento degli aerei Nato a difesa della città. Nell’ottobre del 1999 l’allora segretario dell’Onu Kofi Annan ammise le responsabilità: “La tragedia di Srebrenica peserà sempre sulla nostra storia”.