Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Le stranezze d’America, a partire dalla regola del “winner-takes-all”

di Lorenzo Peluso.

Gli Stati Uniti si preparano al risultato elettorale per le presidenziali, che paradossalmente non per forza rispecchierà l’umore popolare. Il sistema elettorale americano infatti prevede che siano i collegi elettorali dei singoli Stati a determinare il risultato in un sistema controverso basato sulla regola del  “chi vince prende tutto” (“winner-takes-all”). Ma come nasce il tutto? Quando i fondatori degli Stati Uniti scrissero la Costituzione nel 1787, si discusse su come scegliere il presidente e il vice presidente degli Stati Uniti. I fondatori erano preoccupati, dopo aver combattuto una guerra contro la monarchia britannica, che l’esecutivo potesse finire per avere troppo potere. Stando a diversi storici pare che i fondatori nutrissero anche una certa diffidenza nei confronti della democrazia diretta, mentre altri erano preoccupati di bilanciare gli interessi dei singoli Stati. Gli storici riferiscono che  alcuni volevano che il Congresso scegliesse il presidente. Altri volevano che fosse indipendente dal Congresso.  Alla fine trovarono un compromesso in base al quale sarebbe toccato agli Stati il compito di eleggere il presidente, e non al Congresso. Molti storici sostengono che il sistema affondi le sue radici anche nella tratta degli schiavi. Un altro compromesso raggiunto alla Convenzione permise infatti agli Stati del sud di aggiungere tre quinti della loro vasta popolazione di schiavi alla popolazione totale per ottenere un maggior numero di grandi elettori e più seggi al Congresso. Il sistema utilizzato oggi ha preso definitivamente forma con il 12° emendamento alla costituzione, approvato nel 1804 per risolvere un difetto della costituzione originale emerso nelle elezioni del 1800, vinte dal partito Democratico-Repubblicano. Fino a quel momento i grandi elettori erano autorizzati a esprimere due preferenze per la carica di presidente: sia Thomas Jefferson che Aaron Burr, membri del partito Democratico-Repubblicano, ottennero lo stesso numero di voti (75). Un pareggio inatteso, visto chei democratici-repubblicani avevano previsto che uno degli elettori si sarebbe astenuto dal votare Aaron Burr, in modo da garantire la vittoria Jefferson e lasciare la carica di vice presidente allo stesso Burr. Il piano, tuttavia, non fu rispettato: tutti i grandi elettori espressero un voto congiunto Jefferson-Burr. Fu quindi necessario il voto della Camera dei Rappresentanti per sbloccare lo stallo e assegnare la presidenza a Jefferson. Il 12° emendamento alla costituzione fu approvato per evitare il ripetersi di una situazione simile: prevede che i grandi elettori esprimono una preferenza per il presidente e per il vice-presidente, in modo che più candidati non possano ottenere lo stesso numero di voti. Dunque un sistema molto complesso, incomprensibile per certi versi nelel democrazie più evolute in Europa. Ma come funziona?  Il collegio elettorale statunitense è formato da un gruppo di grandi elettori  che rappresentano ciascuno dei 50 stati Usa e votano per il presidente. Ad ogni Stato viene assegnato un numero di grandi elettori in base alla popolazione. La California per esempio ne ha 55, mentre il Wyoming ne ha 3. I grandi elettori di solito sostengono il candidato che conquista il maggior numero di voti nel proprio Stato. Quindi chiunque vinca il voto popolare in California otterrà i voti di tutti e 55 i grandi elettori. I grandi elettori sono 538, numero che corrisponde alla somma dei rappresentanti statunitensi (435), dei senatori (100) e di 3 grandi elettori assegnati alla capitale Washington, che non farte di nessuno Stato. Per vincere un candidato presidenziale ha bisogno dell’appoggio di almeno 270 grandi elettori. Negli Stati Uniti ci sono due principali partiti politici, il Partito Democratico, orientato a sinistra pur avendo al suo interno correnti più conservatrici, e il Partito Repubblicano, tradizionalmente conservatore. La maggior parte degli Stati vota costantemente in un modo o nell’altro e duqnue sono considerati dai partiti delle roccaforti, motivo per cui sono spesso trascurati durante la campagna elettorale. Le attenzioni dei candidati sono perciò concentrate sugli Stati in bilico (“swing states”), dove entrambi i partiti hanno possibilità di vittoria e che, di conseguenza, sono considerati chiave per vincere le elezioni. Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Florida, Iowa e Ohio sono alcuni degli Stati in bilico nelle elezioni del 2020. Un lista a cui potrebbero aggiungersi anche Stati che in passato sono andati spesso ai Repubblicani, come l’Arizona, la Carolina del Nord (dove Obama ottenne una vittoria di misura nel 2008) e la Georgia. Negli USA duqnue si può vincere il voto popolare ma perdere le elezioni, cosa che è avvenuta nel 2000 quando George W. Bush ha ricevuto l’appoggio di 271 grandi elettori nonostante Al Gore avesse ottenuto 500mila voti in più a livello nazionale. Nel 2016 Donald Trump ha trionfato assicurandosi 304 grandi elettori, anche se a livello nazionale Hillary Clinton ha conquistato quasi tre milioni di voti in più. Nonostante sia impopolare tra gli elettori americani è improbabile che il sistema cambi, visto che il Congresso dovrebbe emendare la Costituzione. Per farlo servirebbe il sostegno di due terzi di entrambe le camere del Congresso: un’intesa al momento altamente improbabile. Insomma in America voteranno circa 150 milioni di persone sui 240 milioni di elettori con diritto di voto. Gli elettori ammissibili includono anche i cittadini che vivono all’estero ma, in alcuni stati federali, non quelli con condanne penali alle spalle. Dunque non ci rimane che aspettare, l’election day del 3 novembre che come sempre, si presentaerà con una notte che potrà durare giorni, prima di capire chi governerà l’America ed il mondo nei prossimi anni.