Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La storia – Vincenzo Tiberio, l’italiano che scoprì il potere curativo delle muffe.

di Andrea Cionci, giornalista de la Stampa.

Vera rivoluzione per la medicina mondiale fu la creazione della Penicillina. Praticamente tutti sanno che questa si deve al medico inglese Alexander Fleming che, nel 1929, scoprì casualmente il potere battericida del fungo Penicillium.   Va però sottolineato che, fuori da ogni dubbio, la scoperta degli antibiotici spetta a un molisano, medico militare nella Regia Marina.   Il maggiore medico Vincenzo Tiberio, 35 anni prima di Fleming aveva già acutamente osservato il potere antibiotico delle muffe, l’aveva studiato e sperimentato pubblicando i risultati su un’importante rivista scientifica. Come spesso accaduto per i geni italiani, la sua scoperta rimase all’epoca del tutto ignorata. Ancor oggi, il nome di Vincenzo Tiberio non dice nulla ai più, ma vale davvero la pena di conoscere la sua vicenda umana e scientifica.  Il dottore era nato nel 1869 a Sepino, in provincia di Campobasso, da una agiata famiglia notabilare. Iscrittosi alla facoltà di Medicina presso l’Università di Napoli, il giovane Vincenzo andò ospite dallo zio, ad Arzano, nei pressi del capoluogo campano.  Nel cortile di questa casa vi era un pozzo dove veniva raccolta l’acqua piovana che era utilizzata, per bere, dai contadini. A causa delle particolari condizioni di umidità, la cisterna veniva spesso invasa da muffe verdastre – poco gradevoli a vedersi – e doveva essere periodicamente ripulita.  Tiberio notò che, per qualche strano motivo, non appena avveniva la ripulitura del pozzo, le persone che ne bevevano l’acqua si ammalavano di gastroenteriti. Le stesse persone, invece, guarivano non appena la cisterna veniva nuovamente invasa dalle muffe. (Oggi il pozzo è ancora visibile, per quanto sia stato chiuso da un tappo di cemento. Sarebbe interessante capire se, una volta riaperto, le formazioni fungine possano riprodursi come allora).  In uno di quei passaggi mentali intuitivi chiamati in gergo «lampi di genio» il giovane assistente di medicina capì che ci doveva essere una connessione tra i due fenomeni. Prelevò alcuni campioni di muffa e scoprì che alcuni Ifomiceti (muffe) liberavano sostanze capaci d’inibire lo sviluppo dei batteri, nonché di attivare la risposta chemiotattica (lo spostamento dei patogeni) nell’organismo infetto. Tiberio non si limitò a registrare il dato biologico, ma passò decisamente alla sperimentazione.   Prima ottenne dei risultati in vitro e, successivamente, dopo aver individuato il terreno di coltura adatto, estrasse un siero concentrato e lo iniettò in alcuni topi da laboratorio, che erano stati da lui precedentemente infettati. I roditori guarirono. Mancava, a questo punto, solo la sperimentazione sull’uomo e la messa in produzione dell’antibiotico.   Entusiasta, Tiberio comunicò la relazione sulle sue ricerche in facoltà, ma riscosse scarso interesse. Solo nel 1895, dopo la laurea, poté finalmente pubblicare negli «Annali di Igiene sperimentale» (una delle più importanti riviste scientifiche dell’epoca) la sua ricerca in un saggio dal titolo «Sugli estratti di alcune muffe».  Ecco quanto scriveva: «Ho voluto osservare quale azione hanno sugli Schizomiceti i prodotti cellulari, solubili in acqua, di alcuni Ifomiceti comunissimi: Penicillium glaucum, Mucor mucedo ed Aspergillus flavescens. […] Per le loro proprietà le muffe sarebbero di forte ostacolo alla vita e alla propagazione dei batteri patogeni». Anche dopo la pubblicazione, nessuno degnò di attenzione questa sensazionale scoperta, nemmeno il suo nuovo professore che, con tipico atteggiamento da «barone» universitario, non amava le persone che lo potessero mettere in ombra. Vincenzo Tiberio, amareggiato e deluso, abbandonò l’Università: partecipò al concorso per medico nel Corpo sanitario marittimo e lo vinse. Si arruolò, così, nella Marina militare allontanandosi definitivamente dalla carriera accademica.  La Marina gli avrebbe consentito di portare avanti le sue ricerche con maggiore dinamismo e possibilità. Indossando l’uniforme, infatti, l’ufficiale medico compì altri studi importantissimi sull’importanza dell’alimentazione dei marinai e della ventilazione nelle navi.  Vincenzo Tiberio era probabilmente anche spinto dalla voglia di conoscere il mondo e di allargare la propria cultura e le proprie esperienze. Nonostante fosse ritenuto da alcuni un poco introverso, quasi un «orso», era un giovane infervorato da un ardente spirito patriottico ed era orgoglioso di appartenere alla Regia Marina, così come traspare dai suoi diari.   Ma ciò che spinse il giovane a questa scelta radicale, fu anche la volontà di allontanarsi da Amalia, sua cugina, figlia dello zio che lo ospitava ad Arzano. Pur essendone profondamente innamorato e soffrendo moltissimo di questa lontananza, da uomo di scienza, ben sapeva quali potessero essere i rischi della consanguineità per un’eventuale prole.  Amalia, aveva ben due sorelle portatrici di handicap. Vincenzo Tiberio ne doveva tener conto. Così, sperava che la lontananza avrebbe spento nel suo cuore quell’affetto che ardeva, ricambiato, per la giovane e bella parente.  Si sa che la lontananza mette alla prova il vero amore; in questo caso accrebbe ancor di più il sentimento tra i due giovani, cosicché il 5 agosto del 1905, Vincenzo ed Amalia coronarono il loro sogno, con una splendida cerimonia, nella Parrocchia di Sant’Agrippino, ad Arzano.  Tuttavia, gli obblighi della vita militare, insieme all’impegno umanitario, continuavano a portare Vincenzo in giro per il mondo per mettere a disposizione dei marinai italiani e delle popolazioni sfortunate che questi incontravano le sue conoscenze mediche e la sua esperienza. «Come sarei felice se potessi rimanere sempre con Amalia, sarei allora un uomo normale» annotava nei suoi taccuini.  Tiberio fu in prima linea per portare soccorso alle popolazioni nell’eruzione del Vesuvio e del terremoto di Messina dei primi del secolo, eventi di cui lasciò toccanti testimonianze nei suoi diari. Con la conquista della Libia, il medico svolse il suo ultimo incarico a Tobruk dove compì le prime vaccinazioni contro il tifo. In questa occasione dimostrò grande acume come igienista, salvando le vite di tanti nostri soldati.  Aveva appena 46 anni quando un infarto troncò la sua vita operosa (e le sue promettenti ricerche) il 7 gennaio del 1915.

Tiberio, l’italiano che scoprì il potere curativo delle muffe 35 anni prima della penicillina di Fleming