Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La storia dimenticata delle “mondine” del Sud

di Lorenzo Peluso.

Erano centinaia, giovani ragazzine, quasi tutte minorenni, che partivano da piccoli borghi del sud per recarsi nelle risaie piemontesi. Erano gli anni ’60. Anche mia madre, così come tutte le sue coetanee, 16enne, indossò l’abbigliamento classico delle mondine, un cappello in paglia dalle falde larghe e un fazzoletto annodato sotto al mento, spesso avvolto attorno al collo, per proteggersi dalle punture di zanzare padrone assolute delle risaie.  Le lunghe calze in cotone e le ampie gonne tirate sopra al ginocchio. Qualche anno dopo poi sostituite da calzoncini corti arrotolati sulle cosce. Non era semplice la vita in risaia. Nei dormitori da caserma militare la sveglia alle 4.30 quando il caposquadra passava tra i pagliericci addormentati tirando più o meno scherzosamente i piedi ancora stanchi. Ragazze e donne adulte che facevano la fila per darsi una veloce rinfrescata con lla fredda acqua del fosso vicino alla cascina. Poi quasi di corsa a lavoro, nei campi dove  iniziava la lunga giornata di lavoro, otto, dodici ore, immerse con i piedi e le mani nell’acque; chine su se stesse per l’intera giornata. Eppure si cantava. Era l’unico modo per comunicare, per far sentire la propria voce ed ascoltare la voce delle altre. Giovani ragazze, vissute fino a quel momento in piccoli borghi del sud immerse nelle campagne del novarese, a San Pietro Mosesso e a Pagliate e nel Vercellese. Dopo un lungo viaggio in treno, partite con le poche cose necessarie, arrivano alle stazioni del nord e da li poi venivano trasferite nelle aziende. Per l’ammissione al lavoro occorreva essere in possesso dell’atto di nascita e una dichiarazione dell’Ufficio Sanitario del Comune di provenienza attestante l’immunità da malattie infettive e condizioni fisiche di salute da permettere il lavoro in risaia. Gli uomini impegnati nella monda del riso erano davvero pochi: si trattava soprattutto di “cavallanti”, circa quattro o cinque ogni cinquanta donne. Per le donne invece intere giornate con l’acqua fino alle ginocchia, a piedi nudi e con la schiena curva per togliere le erbacce infestanti che crescevano nelle risaie e che disturbavano la crescita delle piantine di riso. Da fine maggio e fino ai primi di luglio. La paga per poco che fosse era importante per le famiglie che aspettavano a casa. Dove veniva applicato il contratto collettivo ad ogni lavoratrice veniva corrisposto, oltre al salario, 1.400 lire al giorno, un chilogrammo di riso bianco originario, raffinato, mercantile, possibilmente di produzione locale per ogni giornata di lavoro e senza detrazione sulla paga. In questo modo le mondine ricevevano alla fine del periodo di monda circa kg 40 di riso, la cui qualità non sempre era buona, perché non tutte le aziende erano attrezzate per la pulitura. Erano le braccianti che emigravano dal sud verso il nord del paese. Erano ragazzine costrette a crescere in fretta. Era l’Italia che si preparava al boom economico del nord che utilizzava le donne così come gli uomini che lasciavano la miseria economica dei piccoli borghi con la speranza di un salario, di una paga dignitosa. Nei ricordi di ognuna di loro oggi vi sono quei canti, quelle canzoni e la nostalgia di quegli occhi che incrociavano altri occhi, di ragazze come loro. Canti e canzoni che lenivano la fatica ed il pensiero costante di una necessaria rivincita verso la vita. L’Italia di quel boom economico che ha portato al benessere degli anni ’80 l’anno costruita anche quelle mondine del sud, da troppi dimenticate.