Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il teatro di Eduardo

Giovanni De Luca

“Voi sapete che io ho la nomina (non di senatore, per carità) di essere un orso. Ho un carattere spinoso, che sfuggo… sono sfuggente. Non è vero. Se io non fossi stato sfuggente, se non fossi stato un orso, se non fossi stato uno che si mette da parte, non avrei potuto scrivere cinquantacinque commedie. Insisto col dire: il Teatro, se lo si vuol fare seriamente, è altruistico non egoistico; l’altruismo ritorna, l’egoismo ti manda all’altro mondo. Questo l’ho fatto perché così è la mia vita, così come sono nato, così come mi hanno insegnato i maestri di un tempo. […] fare teatro sul serio significa sacrificare una vita. Sono cresciuti i figli ed io non me ne sono accorto. Meno male che mio figlio è cresciuto bene. Questo è il dono più grosso, più importante che ho avuto dalla natura. Senza mio figlio, forse, io me ne sarei andato all’altro mondo tanti anni fa. Io devo a lui il resto della mia vita. Lui ha contraccambiato in pieno. Scusate se faccio questo discorso e parlo di mio figlio. Non ne ho mai parlato. Si è presentato da sé, è venuto dalla gavetta, dal niente, sotto il gelo delle mie abitudini teatrali! Quando sono in palcoscenico a provare, quando ero in palcoscenico a recitare, è stata tutta una vita di sacrifici. E di gelo! Così si fa il Teatro. Così ho fatto!”. Ultima apparizione pubblica di Eduardo De Filippo al Teatro Antico di Taormina il 15 Settembre 1984

In ogni stagione natalizia che si rispetti è altamente improbabile per le famiglie italiane di telespettatori non imbattersi nelle commedie o nelle tragedie di Eduardo De Filippo (Napoli, 24 maggio 1900 – Roma, 31 ottobre 1984) e non è per niente difficile immaginare quanto queste straordinarie opere siano ormai parte integrante e corredo della medesima tradizione. Noto abitualmente come Eduardo, l’autore napoletano è stato, e resta, tra i più noti drammaturghi italiani ed internazionali d’ogni tempo. Stando a quanto ha ricordato il figlio, Luca De Filippo, anch’egli autore (Roma, 3 giugno 1948 – Roma, 27 novembre 2015): sin dalla sua prima rappresentazione non v’è stato un anno in cui Filumena Marturano (1946), tra i capolavori più celebri del padre, non sia stata messa in scena in un qualsiasi teatro stabile mondiale. La recente dipartita del figlio del drammaturgo, noto successivamente al pubblico semplicemente come Luca, ha posto fine ad un ciclo di rappresentazioni durato più di un secolo, che affonda le sue radici nel teatro di Eduardo Scarpetta (Napoli, 12 marzo 1853 – Napoli, 29 novembre 1925), padre e maestro di Eduardo. Ciò che trapela ad un pubblico più attento nelle messe in scena eduardiane è la capacità dell’autore-attore di complicarsi la vita sul palcoscenico, tradendo allo stesso tempo nell’atto di rappresentazione tanto se stesso, l’attore, quanto il testo a monte: una sorta di Artaud della commedia che attraverso l’impresa attoriale rifiuta, rinnega e destituisce la dittatura del testo. Eppure, nonostante le finezze di scrittura che rendono difficile, se non addirittura impossibile, una rilettura originale dei classici del genio napoletano, tra riscritture di scena e stravolgimenti di testo o nelle sue più fedeli trasposizioni, come nell’ultimo Natale in casa Cupiello regia di Sergio Castellitto, i testi di Eduardo restano ad oggi tra le opere più inscenate sui palcoscenici mondiali, poiché è la verità connaturata d’ogni suo dramma il terreno fertile per i racconti della sua storia universale. 

Nei prossimi articoli verrano passate in rassegna le opere più significative del teatro dei De Filippo. È lo stesso Eduardo, attraverso i suoi scritti, a suggerire la suddivisione delle commedie in due macro-gruppi fondamentali: dei giorni felici, nella Cantata dei giorni pari e dei giorni infelici, nella Cantata dei giorni dispari. 

Buona lettura.