Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il punto di vista di Enzo Mattina – La democrazia in America.

di Vincenzo Mattina.

Sono uno dei tanti che hanno letto da giovani “La Democrazia in America” di Alexis de Tocqueville e se ne sono innamorati, perché evidenzia la bellezza e i limiti della democrazia in un Paese, gli Stati Uniti d’America, che conquista prima l’indipendenza nel 1781, dopo sei anni di conflitto con i colonialisti inglesi, e poi i tratti fondamentali della sua identità con l’emanazione il 17 settembre del 1787 della sua Costituzione. In Europa non c’era stata ancora la Rivoluzione francese e, quando ci sarà nel 1789, i suoi effetti sui sistemi istituzionali nella maggior parte dei Paesi europei si vedranno all’incirca dopo un secolo; si porteranno dentro, però, un male oscuro che condannerà la maggior parte di essi a fare i conti, nei primi 45 anni del 1900, con feroci dittature e sanguinosi conflitti bellici. A fronteggiare il MALE di sicuro vi furono milioni di europei, ma la storia ci dice che non ce l’avrebbero fatta a sconfiggerlo, se non fosse giunta a supporto la forza militare ed economica degli Stati Uniti d’America. Questo richiamo è per far capire dove poggia l’indignazione personale e, spero, collettiva per quanto è accaduto ieri, 6 dicembre 2021, a Washington, dove l’impudenza di un presidente ancora in carica è giunta all’ultimo atto della sua folle strategia di eccitare i seguaci, armati quanto mentalmente turbati, ad occupare il Parlamento, nell’intento di impedire il passaggio fondamentale della vita democratica: l’avvicendamento alla guida del Paese della persona scelta con il voto dalla maggioranza dei cittadini. Si possono fare molti rilievi sul modo in cui gli USA hanno gestito il ruolo di grande potenza nello scacchiere mondiale e, per quanto mi riguarda, più di una volta mi sono schierato su posizioni critiche; mai avrei potuto immaginare che il massimo esponente politico di quel Paese potesse ricorrere a comportamenti terribilmente evocativi del 29 ottobre del 1923 in Italia e del 10 gennaio del 1933 in Germania, per non parlare dei putsch ricorrenti in tanti Paesi dell’America latina. La calma sembra essere ritornata a Washington, ma gli americani sanno, e lo sappiamo anche noi, che i cicloni vanno costantemente monitorati. Necessitano, quindi, subito misure inequivocabili, che escludano nella maniera più ferma ogni tolleranza rispetto ai rischi sempre incombenti sulla Democrazia. La prima: cancellare la cerimonia del passaggio di consegne da Trump al successore. E’ solo un atto di cortesia, che, nella situazione attuale, sarebbe un’insopportabile ipocrisia.
Ciò che conta è il giuramento sulla Bibbia appartenuta a Lincoln, al cospetto del Giudice capo della Corte suprema degli Stati Uniti. Trump ha mostrato al mondo intero di non essere uno spergiuro. Non è più presidente, non ha saputo fare il suo dovere; se ne stia in una delle sue innumerevoli dimore. La seconda: scollegamento da subito di tutti i social che usa, per ragioni di sicurezza nazionale e, a seguire, emanazione di un provvedimento legislativo che gli vieti per il resto dell’esistenza l’accesso a qualsiasi tipologia di social attuali e futuri, con previsione di confisca dei beni in caso di violazione. La terza: interdizione perenne da ogni pubblica funzione. In un tempo di trasformazioni epocali, talune volute (IV rivoluzione industriale), altre subite (la pandemia), altre prevedibili (il nuovo ordine politico mondiale), gli Usa non possono lasciare imputridire le ferite inferte dalla propensione al golpismo del massimo rappresentante delle Istituzioni e del Popolo del suo Paese, oltre che di qualche migliaio di esaltati, che, sia ben chiaro, in quanto individuati, vanno severamente puniti.