Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il lei, nonostante qualche ambiguità.

di Andrea Cionci, Libero.

Tra tutte le moine politicamente corrette, la “presidenta”, l’”avvocata”, l’asterisco per non discriminare le donn* e gli uomin*, le braghe sulle statue, i presepi inclusivi, i “diversamente questo” e gli “alternativamente quello”, CI FOSSE QUALCUNO che invochi il minimo sindacale del rispetto-base, antico come la lingua italiana, trasversale, unisex, ecumenico, efficace per mille usi, come il bicarbonato: darsi del LEI. Non molliamo anche su questo. Non cediamo all’americanizzazione imperante, allo svacco formale, alla maleducazione strisciante, a quell’ipocrita modo di sembrare “tutti amici” quando nemmeno ci si conosce e poi magari ci si odia ferocemente, anche se qualcuno ha bandito l’odio dal novero dei sentimenti umani. Il lei, nonostante qualche ambiguità sulla terza persona (ma lei chi, Lei, o lei la signora?) è così rassicurante, rasserenante, delicato, per non parlare di quel “Voi” che ancora si usa al Sud, lussureggiante di signorilità, di cortesia borbonica, di humor partenopeo, di antica identità nazionale, contro l’omologazione barbarica dell’inglese, dove il pronome allocutivo fra gli amanti è lo stesso di quello col professore: only You. (Ora qualche testa gloriosa ci accuserà di rivalutare Starace: garantito).

Capita infatti che incontrando una persona per la prima volta la quale, pure, ha ricevuto un’istruzione regolare, non è coetanea, né collega, né familiare, scatti improvvisamente, goffa e a sproposito come l’avances di un adolescente, la domanda ammiccante: “Ci possiamo dare del tu?”. NO. “Grazie, magari sul lavoro preferisco uno stile più professionale”,  si può aggiungere, o anche “Guardi, è solo una questione di rispetto, non di distanza”, per stiepidire la doccia gelata. Ma siate spietati, non abbiate rimorsi: si tratta di salvare la nostra lingua,  la nostra cultura, i rapporti umani, la buona educazione. Il “Tu” si riserva a un amico, a un parente, a una persona che ben si conosce, o con la quale  si condivide il lavoro, al massimo l’età. BASTA. Per tutto il resto c’è uno stupendo ed efficientissimo canale formale-linguistico-comunicativo: il LEI. E’ così comodo, facile, pieno di rispetto e di grazia, di cortesia, perfino la voce si imposta in un modo più educato e la mente si accende in un modo diverso di ascoltare e di parlare che gratifica, che eleva, che vince le timidezze. Avete presente quelle persone che magari hanno un’età venerabile, se non matusalemica,  e poi vi chiedono: “Ma dai, dammi del tu, non farmi sentire vecchio/vecchia”. Uff…

Siamo cresciuti in un mondo che ci ha inculcato a scuola e in famiglia di dire buongiorno e buonasera, di dare del lei alle persone più grandi … E poi, quando questo sistema di comunicazione si è ben consolidato, è diventato naturale  e istintivo, arrivano persone con 40 anni di più e vi chiedono di romperlo perché LORO hanno problemi ad accettare la propria età. Un egoismo senza limiti. E quindi vi impongono di trovare un nuovo modo di comunicare, un ibrido laborioso che, attraverso una forma confidenziale, mantenga comunque un aplomb di rispettosa distanza. Una fatica in più in un mondo già tanto faticoso. A volte però non te lo chiedono neanche. A Roma la scena si vede spesso: un signore brizzolato sopra i 45 va al bar, o dal giornalaio e il gestore ventenne gli fa: “Sciao garo, che ti do oggi?”.   Perché?

La forma è stata inventata per mantenere rapporti cordiali e cortesi con tutti… a una DEBITA DISTANZA che peraltro va molto di moda di questi tempi. Col tu abusivo, infatti, ci si prendono subito troppe confidenze; si stabilisce una complicità che non è supportata da alcuna esperienza od obiettivo comune. E’ un terreno pericoloso, sabbie mobili. Un po’ come quando il capoufficio simpatico e giocherellone poi ti tiene al lavoro 4 ore in più senza straordinari, per amicizia. Il lei usato reciprocamente impone il rispetto anche verso i sottoposti, dato che un ruolo di superiore sul lavoro spesso può dare spazio a prepotenze o a tracotanza. Per non parlare dell’obbrobrio di scolari e studenti che a scuola danno del tu ai docenti e magari li chiamano anche per nome: quanto di più diseducativo esista al mondo. Non cedete al tu: non siamo tutti amici, non siamo tutti fratelli, il mondo è pieno di persone da prendere con le pinze, in primis noi stessi.   Il lei è un po’ come quando le formiche si incontrano, incrociano le minuscole antennine, si sondano, si fiutano, capiscono i rapporti di forza.  Piano: prima conosciamoci, vediamo che tipo sei e poi, forse, se ci andiamo a genio, darci del tu verrà naturale. E sarà bellissimo, il sigillo di una nuova amicizia. Oppure non ci daremo mai del tu, magari per una distanza di età, e sortirà uno di quei deliziosi rapporti in cui il lei diventa un gioco condiviso, un velo che cela un universo di simpatia ed umorismo. Cosa sarebbe il mondo se tutti si dessero del lei? Oggi i figli trattano i genitori a pesci in faccia, se non addirittura a parolacce; una cosa inaudita che appena pochi decenni fa sarebbe stata messa a posto da sistemi “diversamente verbali”. Ce lo immagineremmo un adolescente rispondere: “Mamma non mi rompa le…. E se ne vada a… ”? Sarebbe impossibile, proprio non viene.  E se marito e moglie si dessero del lei? Sembra folle, ma quanti sgarbi del quotidiano che rovinano la vita di coppia verrebbero contenuti, arginati? Si potrebbe proporre un divertente esperimento: provate a darvi del lei in coppia per una settimana e vedete l’effetto che fa. Chissà, magari anche l’eros ne sarebbe stuzzicato. Il LEI è preziosissimo: disteso ed elegante come una bella donna bionda (sì, bionda), al contrario del rozzo, corto, sbrigativo, maschile  TU. Non fatevi togliere anche questa gemma della nostra lingua, quella che canta, prega, declama e sorride: l’ITALIANO.