Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il dire boccaccesco: “fate quello che noi diciamo e non quello che noi facciamo”.

di Lorenzo Peluso

Ci lascerà una pesante eredità la crisi economica determinata dagli effetti della pandemia, che si aggiungono ad una crisi strutturale che era già in corso, a partire dal 2008. Stiamo consegnando quindi ai nostri figli un futuro di paura e rancore, un presente impoverito anche dal punto di vista sociale e culturale. Viviamo un tempo intriso di aspettative decrescenti, diseguaglianze sociali e  rancore. Viviamo una società frammentata, debole, chiusa, regressiva. Rinunciamo così ad confronto aperto a tutti gli attori del vivere sociale, tra cittadini, politica, istituzioni e imprese e nel mentre alziamo la nostra voce d’odio solo nella piazza virtuale dove non occorre mostrare gli occhi. E’ più semplice così. L’obbligo di stimolare l’avvio di una riflessione comune sui temi del vivere sociale viene demandato a pochi che ancora ci provano. Sono coloro che temono che la società possa restare intrappolata nella propria paura, nella nostalgia del passato, nel rancore mostrato da chi non accetta chi la pensa in altro modo. Allora occorre non aver paura di condividere la propria opinione, nel rispetto delle visioni altrui. Soprattutto non ci si sofferma neppure sulla riflessione che dovrebbe aprire un dibattito su temi che meritano attenzione e si trascende sull’ipotetico e presunto convincimento di poter sapere quello che gli altri sono o fanno, senza conoscerne neppure le sembianze, oltre che le vite e le esperienze. Chi fa un mestiere come il mio, sa bene che esiste tutto questo. Mi è capitato però in questi ultimi giorni di ricevere centinaia di messaggi di sostegno e di condivisione su un mio recente articolo. Mi sono chiesto perché in privato, perché non esternare con libertà il proprio punto di vista, anche se scomodo? Che società è quella dove non si accetta il confronto ed il punto di vista altrui, se pur non lo si condivide? Da alcune autorevoli figure istituzionali, del panorama locale, mi è stato risposto: “è meglio non entrare nell’agone, i social mostrano cattiveria e ti fanno male”. Quanta paura dunque incute la piazza virtuale dove non vi è confronto ma solo l’odio esternato dal singolo che unisce il branco. Cosa dovremmo fare allora? Cedere alla paura, lasciare che si alimenti il rancore, i pregiudizi verso ciò che è “diverso”?. Se il mondo trae forza dalla diversità allora occorre battersi, difendere sempre la libertà di opinione, innanzitutto. Per difendere ogni libertà, occorre accettare e rispettare sempre la libertà degli altri, quella di fede, quella ideologica, quella sessuale, quella culturale, quella di genere. A me non appartiene il dire boccaccesco: Fate quello che noi diciamo e non quello che noi facciamo.