Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

I braccianti del giornalismo e la rincorsa ai like

di Lorenzo Peluso.

Se ne raccontano tante, troppe anche, di questi tempi. Insomma, se è vero che poi alla fine, ognuno e libero di dire e raccontare ciò che vuole,  è altrettanto vero che nel farlo si è ben coscienti che oramai tutti o buona parte, possono credere a tutto e tutto assume i contorni di una verità, se pur nella sua natura è una grande menzogna. Il dirlo, il ribadirlo che poi diviene il detto e ridetto, in poco tempo, soprattutto grazie ai social, diventa verità di fatto. Adesso, proviamo ad ipotizzare cosa accade, con questo meccanismo perverso, quando ad esempio si lascia scivolare via un’informazione di interesse pubblico che non viene in alcun modo controllata, verificata, ma semplicemente la si lascia andare perché porta like. Ecco, accade che una notizia che non è notizia, diviene informazione e fatto. Accade che pur di inseguire i like altri riprendano l’informazione e quindi quella che era una notizia, non notizia bile, diviene informazione, notizia ed assume anche i contorni di veritiera. Tutto questo, nonostante, di base ci sia la certezza che il fatto non è notizia bile, dunque non è una notizia, ma soprattutto che nonostante l’etica, nessuno ne ha verificato la veridicità. Ecco il male dell’informazione che dai quotidiani online si è estesa velocemente anche alla carta stampata. In pochissimo tempo l’informazione si è trasformata in un chiacchierificio che consuma la sua essenza nell’istante in cui finisce sulla rete. Da li parte la condivisione, ed un fatto anche banale, provate ad immaginare che notiziabilità può avere una macchina che sbanda e finisce in una cunetta dove nessuno si è ferito, e senza responsabilità di terzi, diviene così “notizia”. Il dramma, e scusate l’eccesso, è che tutto questo avviene poi anche sulla carta stampata, il giorno dopo. A questo si aggiunge la rincorsa alla replica, di quella che non è oggettivamente una notizia, ma che sui social funziona, dunque si replica e si moltiplica. Ecco, questo, a mio modesto avviso, è un problema grave per l’informazione che in poco tempo è diventato un male endemico. Tutto questo per dare un significato a quello che accade quando poi si parla di retribuzione, giusta o ingiusta, di chi fa questo mestiere, o prova a farlo. Da alcuni giorni, in realtà è da tempo che la questione si rinnova ciclicamente, si è ritornato a parlare di “ braccianti del giornalismo”. Il quotidiano Il Mattino, già da qualche tempo, poi qualche settimana fa anche il quotidiano  Il Messaggero ha comunicato ai suoi collaboratori un aut aut. A pochi giorni dalla chiusura di un piano di crisi, l’amministrazione del giornale ha disposto il taglio dei compensi agli esterni. Dal 16 luglio, per le redazioni locali, il pagamento sarebbe stato di 7 euro lordi (invece di 9) per i pezzi tra le 900 e le 2500 battute, di 15 fino alle 3.500 e di 30 oltre le 3.500. Per le edizioni nazionali, le tariffe sarebbero andate da 13 euro fino a 2.500 battute, a 26 euro fino a 3.500 e 39 per gli articoli più lunghi. L’unico modo per continuare la collaborazione è, a quel punto, accettare le nuove condizioni retributive. Quello del Messaggero è un esempio di ciò che accade, da tempo, in più o meno tutti i quotidiani di informazione. Va detto, che nel caso del Messaggero, sono anche “buone retribuzioni”, perchè vi sono casi dove i pezzi sono pagati a 4,00 euro. Vero è che la crisi esiste per la carta stampata, ma esiste anche per l’informazione on line. E’ un problema di qualità, mentre si rincorre la quantità. Poco importa chi sono i collaboratori, l’importante è replicare quel chiacchiericcio che non è informazione ma che sui social acchiappa like. E’ un cane che si morde la coda, non vi è dubbio. Il riscontro immediato che si ha sulla rete non corrisponde però alla qualità dell’informazione che viene “venduta” e se si aggiunge che la stessa informazione, replicata da più o meno tutti, la si trova ovunque, allora non vi è fidelizzazione del lettore che paradossalmente abbassa ogni giorno di più l’asticella qualitativa del suo conoscere. O magari, è accade ogni giorno, ci si trova sui quotidiani articoli che non sno altro che i comunicati stampa, diffusi il giorno prima e replicati migliaia di volte dalla rete, e che vengono persino firmati da collaboratori e giornalisti. E’ una grande responsabilità che sta in capo agli editori, ma anche ai colleghi giornalisti che non hanno più voglia, e tempo molti neppure conoscono più, il sale del mestiere, ossia consumare le scarpe alla ricerca della notizia che è informazione pubblica. Chi fa questo mestiere, e lo fa con l’impegno di chi li ama e di chi conosce l’importanza dell’informazione, deve pretendere la giusta retribuzione. Contestualmente deve sapere però di non poter pretendere nulla nel momento in cui fare questo mestiere significa replicare un chiacchiericcio che non è informazione. Il coltello, dalla parte del manico, lo tiene in mano il giornalista. Più si eleva la qualità dell’informazione, più si interpreta al meglio l’essenza di questo mestiere, più si è nella condizione di pretendere il giusto e doveroso compenso. Viceversa, non solo non si è in grado di chiedere, ma soprattutto non si è all’altezza di pretendere quello che alla fine non è dovuto. Le aziende editoriali per garantire gli stipendi a fine mese devono vendere copie, pubblicità, i social si arricchiscono nel mentre il pubblico insegue il chiacchiericcio che non è informazione e contestualmente si impoveriscono le aziende editoriali. Insomma, lo stipendio ai giornalisti non lo paga ne Facebook ne Twitter, ma l’editore che deve reperire contributi e raccogliere pubblicità. Ecco, è questa la sconfitta, soprattutto dell’informazione locale che stranamente fa fatica a comprendere questo meccanismo. Lo dimostra infatti il fatto che si può assistere sempre più a dirette social da parte di quotidiani di informazione, anche televisiva, radiofonica e cartacea. Una circostanza questa che davvero non porta nulla in termini di incasso agli editori, ma solo ed esclusivamente alle grandi multinazionali che gestiscono i social media. Nel mentre il precariato nel mondo dell’informazione aumenta; il bracciantato è ormai una realtà.