Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

I Balcani, la disgregazione della Jugoslavia e la speranza di un’Europa di pace.

di Michael L. Giffoni, diplomatico, editorialista di quasimezzogiorno.

“Di tutte le cose create e erette dall’umanità, nella mia mente nulla è meglio e più apprezzabile dei ponti. Essi sono più importanti delle case, più sacri e più universali dei templi. Essi appartengono a tutti e trattano tutti in egual misura, in un luogo dove la maggior parte delle necessità umane si intrecciano.” – Ivo Andrić, Il ponte sulla Drina

“I muri in genere mi spaventavano, e io mi sforzavo quanto più potevo – e invano, naturalmente – di non guardarli. Soltanto allora capii quanto e quale grande posto occupino i muri nella nostra vita. Non si può sfuggirgli, così come non si può sfuggire alla propria coscienza. Avevo un bell’uscire dal monastero: fuori, vicino o lontano, incontravo sempre qualche muro.” – Ismail Kadaré, Il ponte a tre archi. “Quei ponti sulla Drina. Idee per un’Europa di pace” (Infinito edizioni, a cura di Sabina Langer ed Edi Rabini, con prefazione di Paolo Bergamaschi, introduzione di Sabina Langer e postfazione di Adriano Sofri) è una preziosa antologia che raccoglie gli scritti e gli interventi di Alexander Langer elaborati tra il 1989 e il 1995, da parlamentare europeo e co-presidente del neo costituito Gruppo Verde europeo, dedicati alla tragica parabola che in quegli anni convulsi segnò il destino dei popoli dei Balcani occidentali: Langer volle osservare da vicino e riuscì a interpretare con profonda lucidità gli eventi che dopo la caduta del Muro di Berlino portarono all’inizio della controversa e mai pienamente compiuta transizione albanese e alla ancora più controversa, drammatica e purtroppo sanguinosamente violenta disintegrazione della Jugoslavia. Il suo straordinario impegno fu sempre volto a identificare, promuovere e sostenere le forze di dialogo e di conciliazione tra gruppi nazionali come pre-condizione e antidoto indispensabili per contrastare il riemergere e l’acuirsi dei nazionalismi e delle contrapposizioni etniche e religiose, che giustamente riteneva come le più pericolose tra le “spinte sotterranee” riemerse sulla superficie della Storia alla fine della “guerra fredda” e del confronto tra ideologie contrapposte, giunto fino al limite del “terrore nucleare”, che aveva dominato la seconda parte del secolo breve.

Avevo letto a suo tempo, man mano che venivano redatti, buona parte di questi scritti, da studente specializzando in relazioni internazionali, da “stagiaire” al Parlamento Europeo e infine da giovane diplomatico al Ministero degli Esteri chiamato subito a cimentarsi “sul terreno” e a interrogarsi sulle forze profonde della pace e della guerra, a Sarajevo e in Bosnia-Erzegovina, il terreno allora più aspro, cruento e imprevedibile, almeno d’Europa, e il loro contenuto era stato occasione di alcune conversazioni telefoniche e due incontri con Langer, uno a Strasburgo e uno a Tuzla, la sua “prediletta” città bosniaca. Avendo vissuto in prima persona quegli eventi e incrociato la “fatica eroica” di Alex per la pace e la giustizia nei Balcani, rileggere questi scritti, riflettere sulle argomentate analisi, sulle proposte concrete e sui vibranti appelli (che avevo sempre condiviso pur prevedendo amaramente che essi difficilmente sarebbero stati accolti dalle istanze nazionali e sovranazionali alle quali erano rivolti, anche l’ultimo e accorato “L’Europa muore o rinasce a Sarajevo” lanciato in occasione del Consiglio Europeo di Cannes, pochi giorni prima della morte di Alex e dei terribili fatti di Srebrenica) è risultato all’inizio un esercizio quasi straziante, avvertendo la sensazione ben descritta da Adriano Sofri nella postfazione:“Diciamolo esplicitamente, questa lettura è anche un itinerario via via più precipitoso verso una doppia rovina: la morte personale di Alex, e la catastrofe di un orrendo crimine genocida nell’Europa dopo Auschwitz”.

Ho trovato tuttavia la forza di continuare, di ricominciare a leggerli, questi scritti, di leggerli e rileggerli ancora, tentando di estrarre figure, immagini, concetti, proposte, nomi e cognomi, collegandoli non solo a quello che è accaduto (e a ciò che non è accaduto) allora ma anche a quello che è accaduto (e a ciò che non è accaduto) dopo, nei decenni successivi di guerra e pace balcanica, alternatamente “calde” e fredde”, che per ventura o sventura ho avuto modo di trascorrere lavorando sempre nei Balcani, o a Roma e Bruxelles ma sempre per i Balcani. Ed è così che man mano lo sconforto e la tristezza si sono un po’ attenuati lasciando spazio alla considerazione e all’ammirazione per il coraggio e la coerenza della visione politica di Alex, che Sabina Langer riconosce nell’introduzione al volume come inesauribile fonte d’ispirazione: “una politica fondata sul rispetto delle decisioni democratiche, sul coinvolgimento della società civile e sui diritti della persona; una politica autentica, diversa dalle politiche di palazzo; una politica che mira a risolvere pacificamente i conflitti”. Allo sgomento iniziale si è aggiunta la consapevolezza che a quella visione ispiratrice in pochi (“pochi ma buoni”), abbiamo creduto allora e in seguito, e continuiamo a credere, malgrado tutto e tutti, malgrado i misteri dolorosi dell’esistenza, ricordando e rispettando Alex Langer e il suo ultimo messaggio:”Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto.”, perché come lui abbiamo dovuto apprendere che questo è il senso della vita, e forse, “quando i pesi diventano davvero insostenibili”, anche della morte.

Il riferimento ai “ponti” nel titolo del libro è estremamente suggestivo. La simbologia del ponte come punto di incontro tra popoli, fedi e culture diverse emerge fin dagli esordi dell’attività e del pensiero langeriano: non a caso, si chiamava “Die Brucke” il gruppo di giovani intellettuali sudtirolesi da lui animato e così anche la rivista da lui fondata nel 1968 e diretta negli anni del giovanile insegnamento a Bolzano e Merano. E’ noto poi che i Balcani sono pieni di ponti, tant’è che tutti i Paesi della regione possono essere chiamati “Paesi di ponti”: Sarajevo è famosa per i suoi tredici ponti, tra i quali il celebre Ponte Latino dove l’Arciduca Francesco Ferdinando fu assassinato nell’evento che ha dato il via alla Prima Guerra Mondiale; il Ponte Vecchio di Mostar è sulla copertina di quasi tutte le guide turistiche della Bosnia-Erzegovina, della Jugoslavia e degli interi Balcani e le immagini della sua distruzione durante l’ultima guerra balcanica ancora perseguitano gli abitanti della martoriata città, che piansero per il ponte crollato sotto le bombe come per un amico o un parente deceduto; il libro “Il Ponte sulla Drina” di Ivo Andrić è un’elegia per il ponte ottomano di Višegrad, che prende il nome da Mehmed Pasa Sokolovic (visir ottomano originario di questa regione) e che, stagliandosi con le sue undici arcate sul paesaggio circostante, è da secoli l’espressione visiva più efficace dell’incontro tra Occidente slavo-cristiano e Oriente ottomano-islamico: con l’ultima guerra balcanica il ponte si è però svestito del prestigio internazionale che valse il Nobel al suo biografo per rivestire l’onta del ricordo della guerra fratricida con centinaia di cadaveri gettati dal ponte da parte delle forze serbo-bosniache che qui effettuarono una spietata pulizia etnica. Secondo un proverbio antico, i popoli si scontrano perché costruiscono troppi muri e pochi ponti: da elemento di connessione, il ponte è simbolo non solo di confronto e di conciliazione ma anche di sviluppo e comunicazione (così anche per Alex Langer, che “costruttore di ponti” si è sempre definito). Il fatto è che i popoli balcanici hanno finito anch’essi per costruire troppi muri: i ponti sono così diventati muri. Per questo, ho citato in epigrafe non solo l’elegia dei ponti di Ivo Andric, ma anche un brano del “Ponte a tre archi” del massimo scrittore albanese contemporaneo, Ismail Kadaré, che fa riferimento alla paurosa presenza dei muri nella vita di ogni uomo. Alex Langer sapeva anche questo: oltre ad essere costruttore di ponti, egli era infatti anche un infaticabile saltatore di muri, un “Mauerspringer” che non si tirava mai indietro di fronte a qualsiasi frontiera.

Il 9 novembre del 1989, la data della caduta del muro di Berlino, simbolicamente viene ricordata come il giorno in cui la Germania e l’Europa si ritrovarono improvvisamente e nuovamente riunite (in verità passò ancora un anno per assistere alla effettiva riunificazione tedesca e ci vollero una quindicina d’anni per l’allagamento a Est dell’Unione Europea) dopo quattro decenni di divisioni fisiche, ideologiche e psicologiche. Mentre a Berlino si festeggiava, un tremendo processo disgregativo iniziò nei Balcani, regione che sarebbe poi diventata una vera e propria periferia europea: la dissoluzione della Jugoslavia. E l’ironia volle che quella data abbia avuto un significato di segno opposto alla caduta del Muro di Berlino. Il 9 novembre del 1993 è infatti anche l’anniversario dell’abbattimento del citato “Stari most” di Mostar: gli anni Novanta per i Balcani sono stati un susseguirsi di disintegrazioni e conflitti tra comunità che avevano sempre vissuto insieme. Ancora ponti e muri: è così infatti che quei ponti che avevano sempre unito le diversità jugoslave sono diventati alti e spessi muri che le hanno accentuate e contrapposte.
Alex Langer l’aveva ben individuata da subito questa dinamica distruttiva: “un demone che si riteneva domato, rialza un po’ dovunque la testa. In Jugoslavia l’odio etnico tra i diversi popoli – e in particolare tra serbi e croati e tra serbi e albanesi del Kosovo – sembra portare davvero ad una vera e propria guerra civile”, scriveva nella primavera del 1991. Aggiunse poi, alcune settimane dopo: ”Ma il demone nazionalista è così, si diffonde con grande rapidità, opera una semplificazione collettiva di inimitabile efficacia, distingue con nettezza tra ‘noi’-amici- e ‘loro’-nemici-, si nutre di simboli e richiami che rafforzano l’identità collettiva, nasconde e rimuove bene i problemi economici e sociali e unisce ricchi e poveri in nome di un ‘noi’ etnocentrico che esclude e sottomette gli altri (…)”. Era forte il suo impegno in quei mesi per la promozione nella Jugoslavia in disfacimento di “gruppi misti” composti da “mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera, traditori della compattezza etnica”, che avrebbero forse potuto invertire la rotta o almeno contribuire a moderare il confronto tra popoli e ammorbidire il dogma della sovranità nazionale. Nacque così il “Verona Forum”, un “gruppo misto” che per più di quattro anni, fino al 1996, riunì centinaia di persone di tutti i territori della ex Jugoslavia che con coraggio e tenacia tentarono fino all’ultimo di tener viva la fiamma della speranza e di cambiare il corso della storia e delle proprie vite, discutendo e agendo insieme, contro la corrente della violenza ormai dilagante e della disciplina etnica e nazionale ormai compatta. Ma già nella tarda primavera del 1991, sull’ultimo ponte sulla Sava prima della confluenza con il Danubio sotto la fortezza bianca del Kalemegdan, a Belgrado, quella esile fiamma di speranza divenne ancora più tenue: per due giorni il “Brankov most” tremò, invaso da un fiume di studenti in marcia contro un potere che li portava verso la guerra. In quei giorni a Belgrado sembrò tornare la fantasia al potere, esplodere la speranza di una rivoluzione di velluto che fioriva in ritardo, ma con forza balcanica, fantastica e travolgente. Poi si udirono le sirene della polizia inviata da Milosevic e sodali, i manganelli, i lacrimogeni, i blindati per le strade. E allora, scrisse Paolo Rumiz, “si comprese che su quella confluenza di acque e di popoli, c’ era il nero e il bianco, tutto il peggio e tutto il meglio di un mondo già alla deriva, un’isola nella corrente come nel finale del film Underground”. Alex e coloro che gli erano vicini non smisero tuttavia di sostenere le forze che ancora resistevano al “richiamo della foresta nazionalista” e l’attività all’interno della società civile di quel “pianeta in fiamme” non venne mai meno: “…carissimi amici di Belgrado, di Zagabria, di Skopje, di Sarajevo, di Tuzla, di Pristina, di Ljubljana, di Subotica di Titograd, di Spalato, di Tetovo…”, comincia così, con un saluto jugo-inclusivo, la sua lettera a Stasa Zajovic, attivista del Centro Antiviolenza e fondatrice del movimento delle Donne in Nero di Belgrado, pubblicata dal Manifesto nel gennaio 1992.

Vennero poi gli anni più cruenti e bui della guerra in Croazia e in misura estrema in Bosnia, della pulizia etnica spietata, dei crimini di guerra e contro l’umanità commessi in maniera incontrollata contro la popolazione civile, dell’incapacità della comunità internazionale non solo di intervenire efficacemente per bloccare le ostilità e le connesse atrocità ma addirittura di mediare con determinazione e credibilità per ottenere un compromesso accettabile per le parti. Alex Langer condusse per tre anni dal Parlamento Europeo e dal Gruppo dei verdi europei una azione di forte e instancabile pressione sulle istituzioni internazionali ed europee con una richiesta prioritaria, chiara e precisa: l’abbandono della politica di “neutralità” tra le parti in conflitto e l’intervento armato internazionale effettuato, su mandato delle Nazioni Unite, dalla NATO o dalla UEO per liberare Sarajevo, Tuzla e le principali città bosniache dall’assedio e proteggere le “safe areas” dagli attacchi delle forze serbo-bosniache. Questa posizione, che scaturiva in primo luogo da quanto aveva visto e sentito nelle frequenti missioni in presa diretta “sul campo”, gli procurò una serie di attacchi, alcuni accompagnati anche da un’aspra e inspiegabile virulenza, provenienti in larga misura dalla componente “integralista” del movimento pacifista internazionale e italiano per la quale non esisterebbe mai una “guerra giusta”. Quest’ultima fu un’esperienza che amareggiò e segnò profondamente Alex Langer, che non era certo diventato un guerrafondaio ma aveva riconosciuto la dura ma piena verità, con sofferenza forse ma senza esitazione, così espressa a Vienna alla riunione del “Verona Forum” del giugno 1993: “ Oggi ci vediamo costretti a constatare che l’alternativa in Bosnia-Erzegovina non è più tra violenza e soluzione pacifica, ma tra l’uso legittimo, organizzato e mirato, di mezzi militari, da un lato, e l’uso caotico di violenza senza alcun vincolo morale o legale. Non si può solo attendere la pace, bisogna inevitabilmente auspicare l’uso di mezzi militari internazionali e organizzati, se si vogliono salvare vite e valori umani”.

Due anni dopo, nel giugno 1995, con migliaia di vite umane irrimediabilmente perdute e tanti valori umani dissoltisi nel frattempo, l’appello era ancora lo stesso (“intervenite, con forza e subito!”) e Alex Langer lo rivolse a Cannes al Consiglio Europeo, direttamente al Presidente della Repubblica francese Chirac ( la Francia deteneva la Presidenza di turno del Consiglio UE), accompagnandolo con un accorato appello all’Europa: “Basta con la neutralità tra aggrediti e aggressori, apriamo le porte dell’Unione Europea alla Bosnia, bisogna arrivare a un punto di svolta! L’Europa infatti muore o rinasce a Sarajevo”. Non ci fu seguito concreto, neanche quella volta, nessun intervento, neanche qualche piccola bomba scagliata sui depositi di armi e blindati delle forze militari serbo-bosniache che da Sarajevo auspicavamo e invocavamo con messaggi accorati ai rispettivi quartier generali: “…everybody understands that they are not going to separate men from women and children in order to interrogate them, as Mladic says…most probably they will slaughter them. Don’t hesitate anymore, stop them now, before it’s too late…what has to happen anymore to bomb Pale!…”) Arrivarono poi quelle bombe, ma solo a fine agosto, portarono al cessate il fuoco, ai negoziati di Dayton e a tutto quello che ne seguì. Nel frattempo però c’era stato un luglio crudele e maledetto che ebbe il suo culmine atroce nella conclusione della vicenda di Srebrenica con un vero e proprio genocidio, ma Alex Langer non li vide quei giorni perché aveva messo fine alla sua vita il 3 luglio. Siamo dunque arrivati all’epilogo che Adriano Sofri racconta con precisione ed emozione nella postfazione al volume, intitolata “Alex a Srebrenica” cui non si può aggiungere nulla, solo ripeterne un brano, come in una preghiera laica e religiosa insieme: “Alex dunque non c’era più. Ma le coincidenze sono l’anima delle cose della vita e della morte, oltre che dei romanzi”