Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

E se tutto cambiasse? Se tutto, così, all’improvviso, divenisse altro?

di Lorenzo Peluso

E se tutto cambiasse? Se tutto, così, all’improvviso, divenisse altro? E’ la speranza di un popolo, anzi, di una parte del popolo. Quello delle donne. I cambiamenti però, questo è risaputo, sono frutto di scelte, di sfide, di sacrifici. Nulla si ottiene mai con il nulla. Accade anche in un paese difficile per le donne: l’Afghanistan. Tre anni fa sui social era stata lanciata la campagna #WhereIsMyName, l’obiettivo era la riconquista dell’identità femminilein un paese dove le donne non trovano dignità di esistere neppure nell’atto più pietoso che l’uomo compie verso un’altro essere umano, la sepoltura alla morte. Questo è il paese infatti dove si nega il nome di una donna anche sulla sua sepoltura. E’ l’estrema razio di una visione sociale, culturale, che relega le donne nella penombra assoluta, in vita e dopo, per sempre. In Afghanistan l’uso del nome di una donna in pubblico è tradizionalmente disapprovato, addirittura in alcuni casi può essere considerato un vero e proprio insulto. Non si contano neppure i casi di punizione in pubblico, con percosse e violenze solo per aver osato pronunciare il proprio nome per ottenere, ad esemio, una prescrizione medica. Ma tutto può cambiare. Il presidente Ashraf Ghani ha firmato una proposta di legge che chiede di includere i nomi delle madri accanto ai nomi dei padri sulle carte d’identità nazionali. Una rivoluzione. Un grande passo verso l’uguaglianza di genere ed un riconoscimento per i diritti femminili. Ma il percorso è solo all’inizio. Ora la proposta dovrà affrontare la feroce opposizione dei leader conservatori, che potrebbero considerarla un’idea eccessivamente progressista esportata dall’Occidente. Nel frattempo che si arrivi a una decisione, le donne afghane hanno inviato una lettera aperta ai leader mondiali, chiedendo a gran voce di garantire la salvaguardia dell’uguaglianza, della democrazia e dell’inclusività, così da proteggere le generazioni future dalla minaccia dell’estremismo. Non solo, perchè dallo scorso 12 settembre a Doha sono ripresi i dialoghi intra-afghani per la pacificazione. I due principali attori del conflitto, il governo ed i Talebani, dopo anni e diversi tentativi andati a vuoto, si sono seduti nuovamente allo stesso tavolo per arrivare ad una soluzione negoziale. L’obiettivo è mettere fine a 40 anni di spargimento di sangue e ottenere una pace duratura in tutto il paese, a partire dalla consapevolezza che sul fronte militare non può esserci vincitore. Nervo scoperto rimane però il concetto di libertà e diritti per gli afghani e nello specifico per le donne afghane. E’ oltremodo chiaro che le idee sono molto diverse sui due fronti. Il negoziato propone un’agenda per i due attori molto diversificata.  I Talebani hanno oggettivamente una posizione di forza. Il fronte istituzionale che comprende anche uomini del governo, dell’opposizione, della società civile. Ed anche qui a Doha, ci sono soltanto 3 donne su 19 rappresentanti. Un duello tra Abdullah Abdullah e il presidente Ghani che potrebbe offrire una visione nuova del paese anche se, occorre ricordarlo, i vertici del governo di Kabul appaiono molto più deboli dei talebani, basta ricordare quanto il governo ha ceduto nelle ultime settimane a tutte le richieste dei Talebani sul rilascio dei prigionieri. La priorità per il governo e per la società tutta, è un cessate il fuoco umanitario, ma è chiaro che è difficile che i Talebani cedano troppo in fretta. Poi, è chiaro, ci sono i diritti delle persone, delle donne, ed è proprio qui che entrambe i fronti, delegittimi agli occhi della popolazione, possono vincere la sfida del cambiamento politico. C’è speranza dunque per le donne? Intanto c’è attesa; per la speranza occorre attendere.