Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Crisi dei partiti. Nei sondaggi politici in caduta libera Italia viva

redazione

I partiti più grandi fanno registrare una grande stabilità, con la Lega al primo posto al 25,5% (-0,2 su base quindicinale), il Partito Democratico secondo con il 20,6% e il Movimento 5 Stelle terzo con il 16%, con i Fratelli d’Italia staccati di un punto e mezzo dal “podio”. Quello di FDI è in effetti un dato da sottolineare, poiché – come sta avvenendo già da qualche settimana – ha smesso di dare segni di crescita. Il partito di Giorgia Meloni cresceva in modo pressoché ininterrotto da quasi un anno, come mostra il nostro grafico sullo storico. Il dato odierno (14,5%) è però praticamente identico a quello di un mese e mezzo fa (28 maggio) e sembra suggerire che – in concomitanza con l’arresto dell’emorragia di consensi da parte della Lega – FDI abbia toccato una sorta di “soffitto di cristallo” che impedisce di superare la soglia del 15%. L’altro elemento degno di interesse questa settimana è costituito dai “sommovimenti” al centro dell’arco politico: le due variazioni più evidenti, infatti, sono quelle (di segno opposto) fatte registrare da Italia Viva e da Azione: se il partito di Matteo Renzi cala di tre decimali e scende al 2,9%, quello di Carlo Calenda cresce di egual misura e sale al 2,7%. Il derby tra i due ex compagni di governo (Calenda fu prima viceministro e poi ministro dello Sviluppo Economico nel Governo Renzi) è reso ulteriormente interessante dal fatto che entrambi hanno fondato un proprio soggetto politico uscendo dal Partito Democratico all’indomani della nascita del Governo Conte II, ma mentre l’uno (Renzi) fa parte a tutti gli effetti della maggioranza che sostiene tale esecutivo, l’altro (Calenda) ricade decisamente all’opposizione, insieme agli alleati/rivali di Più Europa. In più, in questi giorni sono entrambi impegnati in un tour in giro per l’Italia per promuovere i rispettivi nuovi libri. Proprio Azione, insieme a Più Europa, costituisce la voce “opposizione di centrosinistra” nel nostro grafico che raggruppa le forze politiche in base alla loro collocazione parlamentare. Entrambi hanno infatti una rappresentanza (sia pure esigua) sia alla Camera che al Senato, ed entrambi non sono ascrivibili all’opposizione di centrodestra, dominata dall’asse Lega-FDI (che da sola vale circa il 40%). Nonostante i numeri, attualmente bassi, quella dei partiti di area progressista ma estranei al Governo è un’area politica il cui peso politico va preso in considerazione in vista delle elezioni di settembre, in special modo le Regionali. In questi giorni, i cronisti continuano a registrare appelli e inviti (anche da parte del premier Giuseppe Conte) affinché tutti i partiti di maggioranza, a cominciare da PD e M5S, si presentino in coalizione sostenendo candidati comuni, perlomeno in quelle regioni dove il risultato sembra più incerto (come Liguria e Marche); pochi, però, sembrano tener conto del fatto che un’alleanza pre-elettorale tra PD e M5S, escluderebbe non solo Più Europa e Azione, ma probabilmente anche Italia Viva. È questo, del resto, lo schema che si è materializzato in Puglia, dove il partito di Renzi ha scelto di non appoggiare la ricandidatura di Michele Emiliano (nonostante questi non abbia nemmeno stretto un’alleanza con il M5S) e di candidare invece Ivan Scalfarotto, che potrà contare anche sulle liste degli azionisti di Calenda e degli europeisti di Della Vedova. E poiché alle Regionali si vota con un sistema elettorale a turno unico (tranne che in Toscana), se questo fronte continuasse a crescere nei sondaggi il PD potrebbe decidere di non insistere a cercare candidati comuni con il M5S, rischiando di scoprirsi troppo dall’altra parte. Del resto, il clima all’interno dello stesso Governo non è dei più idilliaci: nelle ultime ore le tensioni riguardano l’affidamento ad Autostrade della gestione del nuovo ponte di Genova: al gruppo, infatti, non è mai stata revocata la concessione dopo il crollo del ponte Morandi, avvenuto ormai quasi due anni fa. In gioco in realtà ci sono questioni tecniche e legali, che hanno il loro peso, mentre si registra una convergenza piuttosto trasversale tra gli elettori: in attesa di nuove rilevazioni, dobbiamo basarci su quanto emerso da un sondaggio dell’istituto Piepoli, risalente allo scorso gennaio, secondo cui il 63% degli italiani era favorevole alla revoca della concessione; e, pochi giorni dopo, un altro sondaggio, stavolta di EMG, confermava sostanzialmente quei dati (57%) rilevando anche come i favorevoli alla revoca fossero prevalenti all’interno degli elettorati di tutti e 3 i principali partiti (Lega, PD, M5S). L’unica differenza, in questo caso, era la presenza di una forte minoranza (circa un terzo) di elettori di PD e Lega contrari alla revoca; orientamento quasi del tutto assente, però, tra gli elettori del Movimento 5 Stelle, che infatti – oggi come allora – è il principale “sponsor” della revoca della concessione ai Benetton. Nonostante questo sia solo l’ultimo episodio di una serie di tensioni interne alla compagine giallo-rossa che sostiene l’esecutivo, la maggioranza degli italiani sembra scommettere sulla durata del Governo: su questo punto concordano sostanzialmente tre diversi sondaggi, realizzati dagli istituti Demos, Euromedia e Ixè. L’idea che ci possa essere a breve (entro la fine dell’anno) una crisi che porti alla caduta del Conte II è condivisa da una piccola minoranza degli intervistati (13-21%), ed altrettanto minoritaria è l’opinione che questo possa avvenire nel 2021 (14-21%).

La maggioranza relativa degli italiani (il 25% per Euromedia, il 36% per Demos e Ixè) ritiene che questo Governo durerà fino alla fine della legislatura, nel 2023. Un’altra quota non indifferente (14-23%) individua invece nel 2022 – anno in cui dovrà essere eletto il nuovo Presidente della Repubblica – l’orizzonte ultimo dell’attuale esecutivo, complice il fatto che da quel momento in poi una crisi potrebbe facilmente sfociare in uno scioglimento anticipato della legislatura senza timore di stalli istituzionali (come avvenne nel 2013 quando il Parlamento appena insediato non riuscì per molte settimane né a esprimere una maggioranza né a eleggere il successore di Giorgio Napolitano al Quirinale). Secondo queste inchieste, quindi, una consistente parte di italiani – tra il 40 e il 60 per cento circa – sembra ritenere che il Governo Conte non abbia i mesi contati. Che questa previsione sia corretta o meno, poi, dipenderà da molti altri fattori. NOTA: La Supermedia YouTrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto, realizzati dal 25 giugno all’8 luglio dagli istituti Demopolis, Euromedia, Ixè, SWG e Tecnè. La ponderazione è stata effettuata il giorno 9 luglio sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale www.sondaggipoliticoelettorali.it.