Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Cosa augurarci per il nuovo anno se non ritrovare il senso di gratitudine che abbiamo smarrito.

di Lorenzo Peluso.

Mi è capitato, di recente, per motivi professionali, di riflettere sul concetto di gratitudine. Mi sono accorto quindi come nel nostro vivere quotidiano abbiamo dimenticato il senso ed il significato di questa espressione, si espressione, perché la gratitudine è un insieme di gesti, parole e silenzi, persino atteggiamenti dei quali abbiamo perso memoria. Certo, è così, perché spesso non basta dire grazie, anche se pure questo lo abbiamo dimenticato da tempo. Non abbiamo educato più i nostri figli a dire grazie; eppure ricordo che questa era una delle prime paroline che veniva insegnata ai bambini. L’arroganza del nostro essere, il ritenerci superiori a tutto e tutti, ha sacrificato il significato profondo e semplice del dire grazie. Credo lo abbiamo somatizzato nell’infinito mondo del tutto scontato. Quindi, se lo facciamo è solo per abitudine d’eloquenza, ma neppure ne assaporiamo più il significato. Lo dimostrano i fatti; ringraziamo i medici in corsia impegnati a salvarci la vita dal Covid ma contemporaneamente assumiamo comportamenti che vanno nella direzione opposta, facendo un po’ tutti ciò che ci pare. In effetti, appena pronunciamo quel grazie lo facciamo seguire dal pensiero trattenuto del: beh, questo è il loro lavoro, quindi. Insomma, non mostriamo gratitudine a chi ha avuto fiducia in noi, a chi ti ha offerto un’occasione, a chi dedica il suo tempo ed il suo sapere per migliorare il nostro vivere; a chi si occupa di noi senza proferire parola. Non mostriamo gratitudine a chi fa le cose al posto nostro, se pur non dovute. Non mostriamo gratitudine a chi ci ascolta e chi ci parla. Ne siamo grati a chi ci insegna, chi ci guida, chi si carica di responsabilità che sono anche nostre. Non siamo grati a chi teniamo al fianco e chi si carica dei nostri problemi facendoli propri. Non mostriamo gratitudine a chi i problemi li risolve,se pur non sono suoi ma magari solo nostri. E’ tutto scontato. Quel che facciamo fatica davvero ad ammettere è il quanto siamo soli, noi e noi, nel momento in cui anteponiamo alla condivisione della gratitudine il soliloquio dell’arrogante è dovuto. E’ così, perché la gratitudine apre lo spiraglio dell’apertura, ci offre uno spazio condiviso di sentimenti che crea empatia. Diversamente c’è solo l’individuale esistenza dell’agire nella convinzione che noi siamo meglio di altri. Ecco perché siamo soli. Magari gli altri non ci fanno mancare neppure quei gesti di manifesto rispetto, ma è solo una farsa perché è apparenza svuotata di ogni sostanza. Insomma, che mondo sarebbe senza la gratitudine? Questo. Abbiamo quindi realizzato la comunità dell’apparenza senza alcuna sostanza dove tutti pensiamo di essere ma in realtà non siamo altro che solo per noi e nulla davvero per gli altri. Cosa augurarci per il nuovo anno dunque se non la fortuna di ritrovare il senso di gratitudine che abbiamo smarrito.