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Coronavirus, in Italia 149 bambini colpiti dalla sindrome di Kawasaki

redazione

L’infezione da Sars-Cov-2 non si manifesta in genere con sintomi ma, qualora questi si presentino, è la febbre il segnale d’esordio frequente. Tuttavia, l’infezione può causare nei più piccoli, se pur raramente, un’infiammazione grave di tutto l’organismo: durante la prima ondata pandemica sono stati 53 i casi di sindrome multi-infiammatoria sistemica nei bambini, anche detta simil Kawasaki, e 96 quelli da malattia di Kawasaki classica registrati in Italia, per un totale di 149, e nuovi casi si stanno vedendo anche in questa seconda ondata. A fare il punto sugli effetti del Covid nei bambini sono stati gli studi illustrati al Congresso straordinario digitale della Società Italiana di Pediatria (Sip). Uno studio multicentrico italiano promosso dal Gruppo di Studio di Reumatologia della Sip che coinvolto circa 200 pediatri in tutta Italia ha esaminato i casi di sindromi iperinfiammatorie sistemiche, simili ma più gravi della Kawasaki, avvenuti tra febbraio e maggio. Sono tre elementi emersi dallo studio, che permettono di dire che c’è una correlazione tra sindrome multi-infiammatoria sistemica e Sars-CoV-2. “Innanzitutto – afferma Andrea Taddio, associato di Pediatria all’Università di Trieste – la percentuale di pazienti positiva al virus era molto alta nella popolazione con sindrome multi-infiammatoria (75%). Inoltre, queste forme si sono verificate circa un mese dopo il picco dell’epidemia e i casi erano concentrati in Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna, le regioni dove ci sono stati più casi di Covid-19”. La popolazione affetta da sindrome multi-infiammatoria sistemica, rispetto a quella affetta da malattia di Kawasaki, inoltre, presenta “maggior probabilità di avere miocardite o insufficienza cardiaca e di necessitare terapia intensiva e sostegno ventilatorio”. Tutti i 149 bambini osservati, inoltre, non avevano malattie pregresse e tra di loro non si è registrato nessun decesso ma si cerca di far luce su eventuali predisposizioni genetiche. Fortunatamente questi episodi gravi si sono verificati solo in una piccola parte dei circa 149.000 bambini infettati durante la pandemia. Uno studio condotto dalla Sip e dalla Società Italiana di Infettivologia Pediatrica (Sitip) in oltre 50 Centri infettivologici italiani su 759 pazienti ospedalizzati ha messo in evidenza che i piccoli si infettano spesso senza conseguenze, ma qualora i sintomi si manifestano, è la febbre il primo a comparire (nell’82% dei casi), seguita da tosse (38%), rinite (20%) e diarrea (16%). Invece i ragazzi in età adolescenziale, hanno sintomi più tipici dell’adulto: alterazioni del gusto e dell’olfatto, vomito, mal di testa e dolore toracico. Quanto alla ragione per cui i bambini si ammalano di meno, le ipotesi, tutte possibili ma ancora da verificare, sono una migliore risposta immunitaria, magari per il maggior stimolo delle altre infezioni virali frequenti nell’infanzia o per le tante vaccinazioni, e la minore espressione di recettori Ace-2. Quel che è le evidenze scientifiche confermano, mentre prosegue il dibattito sul ritorno a scuola, è che i più piccoli raramente trasmettono il Covid. “Da un’ampia analisi che abbiamo condotto attraverso studi internazionali – osserva il presidente Sitip, Guido Castelli Gattinara – emerge che solo nell’8% delle infezioni i bambini e ragazzi sono stati vettori della trasmissione, con un range che varia dal 5% al 9% a seconda degli studi. Mentre nell’epidemia di influenza aviaria H5N1 in oltre il 50% dei casi l’infezione è stata portata in famiglia dai bambini”.