Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Che mondo sarebbe senza social network?

di Lorenzo Peluso.

Che mondo sarebbe senza social network? Fanno male, hanno effetti deleteri sulla personalità oppure i social network fanno bene, permettono di mettere in mostra la propria personalità e di esprimere le proprie idee? Un quesito al quale non è semplice dare risposte, utopistico persino immaginare di comprenderne a pieno gli effetti sociali. In realtà per avere almeno una mezza idea di quanto è complicata questa analisi, basti pensare che ci sono esperti, della materia, che da alcuni anni si interrogano sulla questione con risultati del tutto contrastanti. La certezza è solo che hanno comunque cambiato la società. Fatta questa breve premessa, è necessario considerare l’impatto e la forza dei social network. Piattaforme come Facebook, WhatsApp, Twitter, Instagram e Snapchat hanno da tempo raggiunto numeri e percentuali di penetrazione, soprattutto tra i più giovani, in molti casi superiore all’80% E’ evidente che esperti e psicologi hanno iniziato a indagare il fenomeno social network partendo dal giusto dubbio: perché le persone utilizzano i social? Perché si trascorre buona parte della giornata sui social e non si incontrano più neppure le persone? Quindi ne è seguito l’interrogativo le piattaforme social sono dannose per gli utenti, giovani, ma anche più anziani? Inutile dire che studi e ricerche hanno portato a risultati differenti. Secondo alcuni i social sono il male assoluto, secondo altri  se usati nella giusta maniera aiutano a rapportarsi con il mondo esterno. Per comprenderne meglio l’essenza è utile fare riferimento a due personalità che il mondo dei social network lo hanno costruito, o comunque, hanno contribuito a realizzarlo,  Sean Parker e Chamath Palihapitiya. Il primo è stato il creatore di Napster (programma di file sharing che ebbe grande successo nei primi anni del 2000) e fu uno dei primi a credere in Facebook tanto da assumere anche il ruolo di presidente. Il secondo, invece, ha assunto il ruolo di vicepresidente della sezione deputata a far aumentare il numero di utenti di Facebook dal 2007 al 2011. Le parole che i due hanno rilasciato a fine 2017 in due eventi differenti hanno scatenato un dibattito sugli effetti che i social network hanno sulle persone. Entrambi si sono soffermati sull’effetto che Facebook ha sulla dopamina, un importante neurotrasmettitore che tra le varie funzioni influisce anche sulla sensazione di piacere. Ricevere un like su una foto o una Reaction su un commento ha un effetto di piacere momentaneo che difficilmente può essere compensato da altro. Spinti dall’aver ricevuto un “mi piace”, gli utenti sono invogliati a pubblicare altre immagini, altri post e commentare le foto dei propri amici. Entrando in una sorta di spirale da cui è difficile uscire. Chamath Palihapitiya nel suo discorso alla Stanford Graduate School of Business non ha voluto attaccare solamente Facebook, ma ha cercato di fare un discorso più generale. È l’intero sistema dei social network e del mondo dell’online a essere problematico e a mettere in pericolo la salute delle persone. L’ex dipendente di Facebook ha attaccato anche il sistema di venture capital della Silicon Valley, che invece di finanziare startup che puntano a migliorare la società, investono in aziende che non fanno altro che peggiorare la situazione. Dunque i social fanno male, molto male alla società. Tuttavia è chiaro che “se non lo paghi, il prodotto sei tu”. In questo è utile sapere che Facebook per acquistare WhatsApp ha investito ben 19 miliardi di dollari. Come si può giustificare questo investimento senza chiedere nemmeno un centesimo al miliardo e mezzo di persone che usufruiscono di questo servizio? La risposta è semplice: la moneta di scambio è l’utente stesso, o meglio, la sua infinta mole di dati e relazioni. Dunque i social, fanno bene o fanno male ? Intanto ricordiamo che in Italia i social hanno 35 milioni di utenti. Se non ci si incontra più, guardandosi negli occhi, è chiaro che anche il linguaggio, la comunicazione verbale, nel fenomeno social cambia i connotati del dialogo. Perché ? Una spiegazione potrebbe essere che la comunicazione mediata ci permette di non vedere in faccia coloro verso i quali esprimiamo odio e rancore e dunque ci fa avere meno remore a esprimerlo. Si pensi a com’è diverso odiare “i migranti” in modo astratto, come categoria, senza considerare che suono donne e uomini, con storie e vite. E’ chiaro che l’odio è una naturale “parte cattiva” insita in ognuno di noi. Se nella società del confronto ci impegniamo a gestirlo altrimenti dobbiamo guardare in viso colui che è destinatario delle nostre invettive, sui social tutto è più semplice, c’è lo schermo a celare i nostri occhi. Ecco come accade che a pensarla in altro modo si rischia di incorre nel meccanismo perverso della catena di insulti, di minacce, manifestazioni di indignazione. Il tutto si autoalimenta nella condivisione naturale della “parte cattiva” insita in ognuno di noi che si autogiustifica nella consapevolezza che ci sono altri come noi. Parte così la gogna social alla quale nessuno si ribella, non si prendono le distanze, perché la paura di rimanere intrappolati nel sistema che ti rimette al centro di quella stessa gogna fa paura. Fa paura, si, perché non ci si può difendere se non attivando lo stesso meccanismo.