Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Afghanistan – Il viaggio senza meta del fiume Hari Rud.

di Lorenzo Peluso. foto con diritto di copyright ©

Herat – La storia particolare di un fiume che non arriva mai al mare, si intreccia con la storia di un popolo che sembra davvero non riuscire più ad arrivare al mare della fratellanza e della pace tra i popoli. E’ la storia del fiume Hari Rud. Un fiume che nasce nel cuore delle montagne dell’Afghanistan; silenzioso ed a volte impetuoso

Millecento chilometri tra le montagne, gli altopiani della zona centrale dell’Afghanistan fino ad arrivare nel deserto del Kara Kun, in Turkmenistan. Qui scompare senza lasciare traccia. Forse, ma non ne sono sicuro, l’unico fiume che non arriva al mare. La storia di un fiume che si intreccia con le vite allo sbando di un popolo che spera. La speranza è anche il sorriso di un bambino, dal volto sporco, seduto a terra nella sabbia sottile e polverosa delle strade di Herat. E’ li, di fianco una donna che per l’età apparente, certamente può essere la nonna, più che la madre. Gli passo di fianco; lui sorride. Una donna che porta nel viso i segni di una vita difficile. Le rughe sono profonde; marcate. Lei, non porta il burqa. Un velo le copre il capo; ma il viso è scoperto. A poche decine di metri l’ingresso del Centro per il recupero di tossicodipendenti. Anche qui i militari del Contingente italiano Isaf hanno fatto un buon lavoro. Mi accompagna il Colonnello Vincenzo Grasso; è lui che gestisce le complesse attività di raccordo con le autorità politiche afgane e con la popolazione locale.In realtà, l’Afghanistan, come se non bastasse, oltre alla fame, agli attentati, alla mancanza di libertà e di diritti, deve fare i conti anche con una piaga sociale che sembra non aver fine. La tossicodipendenza. Le stime ufficiali parlano di almeno un milione e mezzo di persone, tra i 15 ed i 64 anni, dipendenti dalle droghe. Soprattutto oppiacei ai quali vengono abituati sin da bambini, utilizzati nel costume locale come antidolorifici naturali. Ma questo è solo uno dei fattori che poi crea l’innesco di un processo che porta alla dipendenza. Le cause sono facilmente spiegabili. L’Afghanistan è certamente il Paese leader per la produzione di oppio al mondo. Un’economia povera, basata sulla pastorizia e sull’agricoltura. Un’agricoltura che genera un giro d’affari, relativo al commercio di droga di circa 1,4 miliardi di dollari, equivalente a circa il 10% del Pil nazionale. Dati impressionanti che spiegano molte cose di questo Paese. Nella sola provincia di Herat, circa 1.578.200 di abitanti, vengono stimati almeno 70mila tossicodipendenti, anche se alcune fonti del locale sistema sanitario parlano addirittura di 100mila. Quante spiegazioni sono racchiuse in questi numeri. All’interno del centro di recupero di Herat si respira un’aria diversa. E’ l’ora della preghiera. Sono circa le 13,00 locali. I pazienti, circa 40, sono riuniti nella saletta in fondo al corridoio. Fuori dalla porta, allineate simmetricamente le scarpe ed i sandali. Il dottor Zalmai Ataie spiega che qui, questi giovani, rimangono per circa 45 giorni. Poi per i successivi sei mesi saranno seguiti dalla loro struttura, dopo il ritorno in famiglia. I risultati purtroppo però non sono lusinghieri. Pochi davvero i ragazzi che riescono a venirne fuori. Almeno l’80% di loro, dopo un anno è di nuovo nel tunnel. Anche questo è l’Afghanistan, purtroppo. La tossicodipendenza è davvero una piaga che crea inevitabilmente altri gravi problemi sanitari. Uno per tutti la diffusione dell’HIV. Ad Herat, si stima che almeno il 18% dei soggetti che fa uso di droghe, iniettate per endovena, sono infettati dall’Hiv. Un altro fiume silenzioso che attraversa l’Afghanistan; un fiume di giovani che non approderà mai al mare sereno della vita. Sulla porta, ci salutiamo. Ci stringiamo la mano. Qualche decina di metri. Poi fuori dal centro iol blindato dei nostri militari che ci aspetta. Passo di nuovo di fianco la donna ed il bambino. Sono ancora li. Sono trascorse almeno due ore. Loro non si sono mossi. Mi avvicino. Porto la mano nelle tasche dei pantaloni. Alcune monete. Porgo la mia mano al bambino; lui stende la sua. Mi sorride. La donna non mi guarda neppure. Sorrido al bambino; lui ricambia e ritrae la mano. Mi allontano. Mi giro ancora una volta per vedere il suo viso. Qui la sorpresa. Il bimbo allunga la mano alla donna; gli passa quei pochi spiccioli. Un uomo, non so da dove è spuntato. Si avvicina, si china. Prende il denaro; fa un passo indietro e si allontana. Anche questo è l’Afghanistan.