Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

40 anni da quella scossa che cambiò tutto.

di Lorenzo Peluso

La scossa alle 19.34 cambiò tutto. Cambio il sud, l’Irpinia, la Basilicata, il salernitano.   Subito dopo il silenzio profondo seguito al rombo della terra e al crollo degli edifici, una notte gelida piombò sui superstiti, e la prima neve si affacciò sullo scenario devastato dei paesi delle aree interne tra la Basilicata e le province dell’Avellinese e del Salernitano. Ma cambiò anche una civiltà contadina antica di cui quella parte di Italia era orgogliosa. Sono trascorsi 40 anni. Il sisma dell’Irpinia decretò la fine di un mondo che ora si può vedere in controluce in quei musei all’aperto che sono diventati i centri antichi di borghi come Conza o Laviano, conservati in ciò che ne è rimasto dopo la rimozione delle macerie, e ricostruiti interamente più a valle. E cambiò anche la vocazione economica di quella porzione del Cratere che ospitò, negli anni a seguire, l’arrivo dei grandi nomi dell’industria del Nord, attirati dalle risorse a fondo perduto e dagli sgravi fiscali della legge 219/81, spesso per poi tornare a casa loro, lasciando un deserto di capannoni e di cassa integrazione. La terra tremò per 90 secondi, con ipocentro a 15 chilometri di profondità; la magnitudo registrata dai sismografi era di 6,9, e l’onda si propagò in un’area che si estendeva per 17mila chilometri quadrati, dall’Irpinia al Vulture. Tre ‘sub eventi’ nell’arco di meno un di un minuto, dirà poi la ricerca scientifica, ruppero in successione tre segmenti di faglia adiacenti. La scossa fu percepita da quasi tutta l’Italia peninsulare, ed ebbe i suoi massimi effetti distruttivi in 6 paesi: Conza della Campania, Lioni e Sant’Angelo dei Lombardi, nell’Irpinia; Castelnuovo di Conza, Laviano e Santomenna, nel Salernitano. Distruzioni estese, pari al 50% del costruito, in 9 comuni, 7 in provincia di Avellino e 2 in provincia di Potenza. In 490 comuni, il terremoto causò crolli, danni  e gravi lesioni. In totale, in Irpinia furono 119 i comuni colpiti, facendone la provincia più devastata. A Napoli crollò solo un edificio nel quartiere di Poggioreale di 9 piani abitato da 20 famiglie e, un mese dopo, una porzione dell’Albergo dei poveri borbonico che i tecnici avevano già periziato come agibile. Le vittime di quella notte di scosse e paura furono 2.735, e i feriti 8.848. Un bilancio cui vanno aggiunti circa 394mila sfollati. Non esisteva all’epoca un unico centro di raccolta ed elaborazione dati neppure all’Ingv, ma solo una galassia di osservatori e stazioni Ingv, cui aggiungere i centri degli atenei,  per cui non si riuscirono da subito a fornire notizie precise e tempestive. I soccorsi impegnarono 50mila unità militari, e il numero dei volontari non è mai stato quantificato. Per sistemare i senza tetto, si utilizzarono 32mila roulotte; scuole ed edifici pubblici da cui si ricavarono 27mila posti letto; 2.018 prefabbricati leggeri e 626 containers. Dieci anni dopo, nella sola provincia di Avellino, oltre 2.500 container erano ancora abitati.