Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Vi racconto una storia di emigrazione.

di Lorenzo Peluso.

Sanza (SA) – Aveva solo 15 anni quando decise che questo non poteva essere il luogo dove poter realizzare i suoi sogni. In realtà, già da molto tempo, tanto tempo prima, aveva mostrato quei segni inequivocabili di voler andare. Fin da piccolo, così come si usava fare allora, era stato mandato ad imparare il “mestiere”, all’uscita di scuola. Aveva mostrato fin da subito una certa passione per i motori, interesse che in verità nutre anche oggi che è uomo maturo. Il suo viaggio alla scoperta del mondo, quindi, lo portò nella patria dei motori, in quella Modena, famosa in tutto il mondo, per l’arte motoristica di noti marchi quali Ferrari e Lamborghini. Provò pure ad entrare nello stabilimento di Maranello, ma non fu fortunato abbastanza. Così nacque la sua avventura umana e professionale. Bisognoso di guadagnare il necessario per vivere, in attesa che quel capomeccanico lo chiamasse a lavorare in Ferrari, trovò un lavoretto serale in un ristorante della zona, da cameriere. L’attesa ed il tempo fecero il resto. Da cameriere iniziò a cimentarsi con i fornelli, aiutando un cuoco d’esperienza che colse subito la sua abilità e soprattutto la grande voglia di imparare. Quando andai a trovarlo la prima volta, in un caldo e afoso mese di settembre, quello stesso cuoco ebbe a dirmi: “suo fratello è davvero un gran bravo ragazzo; forse intemperante, ma umile e desideroso di imparare”. Le ricordo bene quelle parole. Ora più che mai, le ricordo benissimo. Senza neppure accorgersi di ciò che stava accadendo, quasi per caso, si trovò ad imparare tanto di quell’arte che oggi ci rende orgogliosi nel mondo: la cucina; il saper proporre il buon cibo. Credo però, che ciò che ha veramente dato ossigeno alla sua vita, sia stata quella voglia innata di viaggiare, scoprire. Così, negli anni successivi, troverà lavoro in noti ristoranti della ricca Emilia, poi in montagna, sul confine svizzero, fino al viaggio alle Canarie. Qui vi resterà per un paio d’anni. Di tanto in tanto ritornava a casa. Ricordo le preoccupazioni di mia madre sul futuro di quel figlio andato via di casa ancora bambino e del quale sembrava conoscere poco o nulla. Vivere fuori, da soli, evidentemente facilita la nascita di uno scudo, di una difesa naturale contro tutto e tutti. Contemporaneamente però forse, quel vivere da soli, ci spinge sempre a cercare, a mettersi in discussione. Forse è quel necessario credere di poter fare altro e meglio che poi ci indica la strada giusta. Quando arrivò per caso a Magdeburg, i segni del comunismo sovietico imposto per anni alla Germania dell’est erano fin troppo evidenti. Da due anni la Germania era stata unificata, ma li, in quella città operaia dell’est il miraggio dell’occidente era solo roba la leggere sui giornali, per chi li leggeva. Anche qui, fu provvidenziale l’incontro con un altro italiano che immediatamente capì che quel ragazzo del sud possedeva qualità. Tre anni di lavoro, per capire, per comprendere ed imparare anche la lingua, ostico il tedesco. Tre anni per studiare le abitudini di quei tedeschi che mostravano una gran voglia di occidente, di Italia. Nasce così, quasi per gioco, Il Mediterraneo. Un bel ristorantino, in stile italiano, dove si poteva consumare il meglio della gastronomia italiana. I cibi ed i vini del Sud, che arrivavano ciclicamente ogni settimana dall’Italia. Lui, Vincenzo, in cucina. Il socio, un ragazzotto molto simpatico originario del Veneto, anche lui alla ricerca di se stesso, in sala a servire le pietanze che quel ragazzo del sud ogni giorno cucinava. Spesso, al telefono con mia madre, li sentivo ragionare su come il profumo dell’origano  potesse cambiare una pietanza che la mamma gli aveva insegnato a cucinare. Al Mediterraneo seguì poi “Masto Rienzo”. Al sud è normale dare dei soprannomi alle famiglie; probabilmente per distinguere le persone che spesso portano lo stesso nome. Lui, anche nel ricordo di mio nonno, con il quale eravamo cresciuti in assenza di nostro padre, anch’egli emigrante, volle chiamare il suo nuovo ristorantino “Masto Rienzo”. Lo volle chiamare così perché questo è il soprannome della nostra famiglia. Con il passare del tempo, il suo acume, lo portò ad intuire che la Germania ed i tedeschi, soprattutto quelli dell’est, crescevano a vista d’occhio. Cresceva il benessere ed anche il gusto e la conoscenza del bello dell’Italia. Nacque così l’Imperatore. Un piccolo, ma bello davvero, ristorantino, nel centro della città che intanto aveva assunto i connotanti di una bellissima e ricca città d’Europa. Solo trenta posti a sedere. Una clientela selezionata. Solo il meglio della cucina e dei vini italiani, con grande attenzione alla cucina del Sud con prodotti rigorosamente Made in Cilento. Nel frattempo una compagna e la paternità. La ricerca di un qualcosa che manca nella nostra vita però, se davvero si è esploratori dell’esistenza, non si arresta mai. In realtà credo profondamente che lui, mio fratello, fosse alla ricerca di un luogo che li, in Germania, gli potesse far ricordare ogni giorno la sua terra. Credo che quelle giornate trascorse, da bambini, con il nonno, all’ombra della grande noce che ancora resta a testimone di quell’affetto, nella nostra casetta di campagna, lo avessero segnato profondamente. Credo sia questa la spiegazione della nascita del Piccolo Mondo. Il ristorante italiano più conosciuto ed apprezzato di Magdeburg dove non è difficile incontrare a cena qualche ministro del Bundestag della vicina Berlino che preannuncia la propria visita al telefono, semplicemente esclamando: “Enzo, questa sera vorrei assaggiare tartufo italiano”.  Il Piccolo Mondo ha un giardino all’esterno, dove Enzo, ha piantato dei filari di viti, aglianico del Cilento. Nell’aiuola laterale c’è poi un bel cespo di lavanda. Finito il lavoro, spesso l’ho trovato li, seduto a meditare. In realtà credo stia li ad assaporare il profumo ed i colori della sua terra. Ma non ho mai osato chiedergli nulla in proposito. Questa è la storia di un figlio del Sud, emigrato. Un ragazzo che non ostenta ne i suoi successi e neppure la sua inevitabile nostalgia per la sua terra e la sua casa. Questa è la storia di mio fratello Vincenzo. Anche il nome gli hanno cambiato i teutonici tedeschi. Enzo. Dimenticavo: non ha mai smarrito la passione per i motori. L’ho trovato spesso ad accarezzare il motore della sua Maserati.