Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Verso la pace in Afghanistan, ma a quale prezzo?

di Lorenzo Peluso.

Siamo alla svolta? Difficile dirlo, certo è una interessante novità la conclusione venerdì scorso del Gran consiglio convocato dal Presidente afghano Ashraf Ghani. Un clamoroso appello per la pace lanciato ai  Talebani con la promessa da parte dello stesso presidente di liberare 175 Talebani prigionieri prima del Ramadan, il mese sacro Islamico che inizia la prossima settimana. Il Gran consiglio, la Loya Jirga, ha visto riuniti più di 3.200 partecipanti, politici, gli anziani delle tribù, figure di spicco delle varie etnie. L’impegno concreto di tutti per elaborare una strategia condivisa per l’attivazione di un percorso di negoziati con i Talebani.  “Voglio dire ai Talebani che la scelta è nelle vostre mani” ha affermato Ghani durante la cerimonia di chiusura della Jirga a Kabul. “Ora è il vostro momento per mostrare ciò che si desidera fare.”  Secondo il presidente Ghani il messaggio scaturito dai cinque giorni di raduno è stato molto chiaro: “gli Afgani vogliono la pace.” Questo un punto fermo nella negoziazione con i talebani ai quali ha chiesto ed offerto un cessate il fuoco, che certamente non può essere unilaterale. Una proposta che meriterà di una decisione concreta da parte della fazione talebana che fno ad oggi hanno sempre sostenuto che condizione fondamentale per la fine delle ostilità è il ritiro completo delle truppe americane e NATO dal territorio. Un punto fermo nella loro strategia politica che ha trovato negli ultimi mesi anche l’intensificazione degli attacchi militari che hanno oggettivamente inflitto pesanti perdite e centinaia di vittime alle forze Afghane. da circa un anno infatti i Talebani controllano oltre la metà del paese. Pur vero è che nel frattempo gli Stati Uniti ha aumentato gli sforzi per trovare una soluzione pacifica ed una fuoriuscita decorosa dal teatro dopo 17 anni di guerra ininterrotta. Zalmay Khalilzad — inviato speciale per la pace degli Stati Uniti,  nominato lo scorso anno, ha lavorato intensamente in cerca di consenso per la soluzione pacifica del conflitto sia in Afghanistan ma anche nel trovare collaborazione condivisa con la Russia e la Cina. Un segnale importante in tal senso la ha offerto lo stesso presidente Donald Trump che ha annunciato la volontà netta di riportare a casa i 14.000 soldati americani presenti in teatro. Ecco perché, nel dettaglio, il documento approvato dal Gran consiglio afghano, rappresenta un’interessante novità. 23 punti che sanciscono una sorta di road-map  per la pace con i Talebani. Il tutto dovrebbe partire con la tregua per il Ramadan, quando i Musulmani digiunano dall’alba al tramonto. La Loya Jirga ha esortato il governo di kabul a costituire una commissione per i negoziati di pace che possa comprendere almeno 50 rappresentanti delle diverse etnie e soprattutto membri che rappresentino le vittime delle guerre, facendo ipotizzare uno scenario che possa riguardare anche le vicende belliche precedenti al 2001 quando, secondo i talebani, gli Stati Uniti hanno invaso il paese e rovesciato il regime Talebano. Un ulteriore ed interessante argomentazione inserita nel documento dal Gran consiglio sono i diritti delle donne, in linea con i principi dell’Islam. Insomma, una sorta di riaffermazione delle visioni prettamente talebane del ruolo e dei diritti delle donne afghane. In realtà, ha destato scalpore la decisione di Ghani, dopo l’apertura del Gran consiglio lunedì scorso, di lasciare la presidenza della Loya Jirga a Abdul Rasool Sayyaf, un ex signore della guerra, con accertati legami in passato con Osama bin Laden. Di lui si dice che certamente era uno dei leader dei miliziani che presero il controllo di Kabul dopo la caduta del governo comunista nei primi anni ‘90. Abdul Rasool Sayyaf  è conosciuto in Afghanistan per essere uno dei massimi esponenti dell’ideologia integralista finalizzata ad una rigida interpretazione dell’Islam, al punto che rifiuta addirittura di incontrare le donne. Un fatto questo che certo non depone a favore di uno sviluppo positivo del processo di democratizzazione del paese in tema di diritti. Hatifa Tayeb, segretaria del Gran consiglio e una delle donne delegate alla Loya Jirga ha sostenuto: “vogliamo una pace sostenibile nel nostro paese”. “Nessun vincitore e nessun perdente, in modo che noi tutti, anche i Talebani, possiamo porre fine al conflitto e partecipare al processo di pace.” . Intanto proseguono i colloqui con i Talebani in Qatar, un tavolo politico aperto da mesi e dove gli stessi talebani hanno inviato un loro ufficio politico. Colloqui che però, tuttavia, sono incentrati solo sulla necessità di stabilire un calendario per il ritiro delle truppe americane e della NATO. Unica contropartita offerta è una sorta di garanzia che i Talebani non renderanno il territorio Afgano in futuro un porto globale per i terroristi. Un impegno troppo debole per garantire davvero che l’Afghanistan possa essere lasciato nelle mani degli afghani.