Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Una vergogna chiamata “padania”. E’ ora che il sud reagisca.

di Lorenzo Peluso

Lo spettacolo a cui si è assistito ieri sul verde prato di Pontida spiega senza ombra di dubbio perché l’Italia è oramai lo zimbello d’Europa.
A campeggiare su tutto un palco ben allestito con l’inequivocabile scritta, posta in alto al centro della scena, “verso la libertà”. Ad esibirsi nell’annuale spettacolo circense il leader del Carroccio, Umberto Bossi  e con lui, il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, il ministro per la Semplificazione amministrativa, Roberto Calderoli, il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia. Per la cronaca: sul palco anche il figlio del senatur, quel giovane di grandi speranze e di spessore culturale, Renzo Bossi. Il leader leghista ha esordito, con il suo solito aplomb, con un messaggio alla stampa: "voglio dire ai coglioni giornalisti che scrivono sui giornali ‘La Lega è rotta’. La Lega non è rotta, romperemo voi". Un messaggio chiaro che la dice lunga sulle qualità intellettuali e culturali di un ministro della nostra repubblica. Poi l’altro messaggio: "caro Berlusconi, la tua premiership e’ in discussione dalle prossime elezioni se non saranno effettuate una serie di cose" ha detto il leader della Lega. Un filo conduttore però ha attraversato le menti ed i pensieri del migliaio di presenti: "conquisteremo la libertà della Padania". Un pensiero che ha fatto sponda più volte con le parole esternate dallo stesso Bossi. Torna quindi attuale il richiamo secessionista, da sempre cavallo di battaglia di Umberto. In verità le parole farneticanti esternate per l’ennesima volta dal manipolo di irriducibili secessionisti non spaventano e non dicono nulla di nuovo. Quello che però, a mio avviso, sconcerta è proprio quella scritta posta al centro della scena: “verso la libertà”. La prima domanda che vien spontaneo porsi è: libertà da chi ? o meglio, libertà da cosa ? Una domanda legittima visto che nei posti chiave dell’attuale governo italiano siedono proprio questi fomentatori di secessionismo. Una domanda che dovrebbe trovare risposte nell’azione legislativa che questi autorevoli rappresentanti del nostro paese dovrebbero aver posto in essere durante la loro attività parlamentare. Una domanda che però a questo punto mette in luce altri aspetti. Un partito nato sotto l’influsso della contrapposizione nord-sud non può giustificare al suo elettorato il fallimento di un’azione legislativa che piuttosto che riformare un paese al collasso ha contribuito in modo esponenziale al default economico e sociale a cui è esposta la nazione. Un fallimento che ha causato danni enormi al sud del paese espropriato di risorse economiche trasferite al nord e che non hanno risolto, paradossalmente, le sorti di quel nord che evidentemente versa in condizioni peggiori del resto del paese. Un fallimento dettato dalla pochezza culturale di questa classe dirigente che nonostante l’assoluto potere decisionale non ha saputo riformare il paese. Ed ecco quindi che bisogna ritornare alle origini pur di non perdere quel consenso che evidentemente si sta assottigliando sempre più. Occorre gridare al vento quindi che urge la secessione; urge gridare al vento che bisogna correre “verso la libertà”. Tutto questo al nord. e il sud cosa fa? Il sud resta a guardare. Nessun soprassalto coglie le coscienze meridionali che continuano a subire in un silenzio assordante. La classe politica meridionale non solo non si ribella a tutto ciò ma come se non bastasse si piega metodicamente alle logiche imposte da un governo che guarda solo ed esclusivamente al nord del paese. Lascia interdetti anche il silenzio del Quirinale che non mette la parola fine a questo stillicidio costante e quotidiano che allontana sempre più le due anime di questo paese allo sfascio. Ora dunque è ora che le genti del mezzogiorno si riapproprino della propria dignità. E’ ora che la gente faccia sentire la propria voce. In un momento dove tutti, sotto il vessillo del tricolore, dovremmo onorare i gloriosi centocinquanta anni della nostra patria non posiamo più sopportare questi attacchi all’unità del paese. Non possiamo e non dobbiamo sopportare le ingiurie pretestuose di una parte del paese contro l’altra. Vien da chiedersi che fine ha fatto l’orgoglio del popolo meridionale. Un atto doveroso nel rispetto di tanta brava gente che come dimostrano i lampedusani ben conoscono non solo l’amor di patria ma soprattutto il rispetto dell’altro e l’amore per il prossimo.