Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Una storia che si ripete. Dalla Sgrena alla Romano.

di Lorenzo Peluso

Bisogna andarci in Medio Oriente, in Afghanistan, nei Paesi del Corno d’Africa per capire che li, in quei luoghi, si paga tutto. Si paga per passare inosservati, per avere informazioni, persino per scattare una foto. Certo, ci sono tanti mondi per pagare, questo è chiaro. Non sempre pagare è sinonimo di danaro. Il punto è che in questi Paesi, e tanti altri, nulla è mai gratis. Tutto si paga, in un modo o nell’altro. L’ultimo mio viaggio in Afghanistan mi ha riportato alla mente come, se non paghi, anche ciò che appare come normale, diviene straordinario e dunque non possibile. Avevo desiderato ed atteso per anni di poter entrare nelle carceri femminili di Herat, poi la mia speranza era non solo ritrarre le detenute, la loro condizione, ma soprattutto parlare con loro, farle raccontare la loro esistenza in quel luogo. Ci sono riuscito, almeno quello appariva, fino a qualche istante prima di comprendere il senso del “pagare” ogni cosa. Un lavoro di mediazione straordinario fatto dalla cellula di cooperazione del nostro Esercito, mi fornì la possibilità di andarci in quel carcere. Quando mancavano pochi metri, quando i carcerieri facevano già tintinnare le chiavi dei cancelli d’accesso ai lunghi e bui corridoi che conducevano alle celle, quando già sentivo in quella penombra le vite e le anime di donne in pena che da li a qualche istante avrei potuto ascoltare, quando sentiti già lo scatto dell’otturatore della mia macchina fotografica, il direttore di quel carcere si rivolse all’ufficiale che mi accompagnava e con molta tranquillità affermò: “Ci sono tante cose che qui non vanno bene. Mancano molte cose qui. Voi occidentali, voi militari avete un sacco di cose che a noi sarebbero utili”. In sostanza senza dirlo, affermò che, se i giornalisti italiani volessero entrare in quel carcere, semplicemente per fare ciò che era già stato stabilito, allora qualcuno doveva “pagare” qualcosa. Chiaramente, come è giusto che fosse, l’ufficiale italiano non solo non accettò quel ricatto, perché di questo si trattava, ma semplicemente andammo via, con la mia profonda delusione per essere arrivato ad un metro dal mio obiettivo ed averlo fallito. Insomma, in questi Paesi, l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, nei posti dove la guerra è un business, paghi tutto. Paghi soprattutto per riportare a casa i tuoi connazionali che eventualmente vengono rapiti, proprio in questi luoghi. Quindi, si. Probabilmente abbiamo pagato per riportare a casa Silvia Romano. La versione ufficiale sarà sempre “nessun riscatto pagato”. Lo fu anche nel 2005, quando l’Italia pagò 11 milioni di dollari, 5 per la liberazione delle due operatrici di un “Un Ponte per…”, e 6milioni per riportare a casa la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, rapita il 4 febbraio 2005 e liberata il 4 marzo. In quella brutta storia pagammo anche un altro prezzo, altissimo, la morte di Nicola Calipari. Nel tragitto verso l’aeroporto, un militare americano sparò ferendo la Sgrena e uccidendo il funzionario del Sismi, Calipari. L’atteggiamento che ebbe la Sgrena poi, una volta in Italia, nei confronti dello Stato, fu deplorevole, ma questo è altro discorso. Vorrei poi ricordare che quando non abbiamo pagato spesso a casa poi abbiamo riportato i morti. Accadde ad Enzo Baldoni, pubblicitario e giornalista free-lance, rapito nei pressi di Latifiya, città irachena, il 20 agosto del 2004, il 26 venne ufficializzata la sua morte. Non abbiamo mai saputo tuta la verità su quella morte, ma nonostante smentite e depistaggi, si è saputo che una trattativa ci fu. Non ci fu il tempo forse per contrattare la liberazione dei quattro contractors rapiti in Iraq nel 2004: Maurizio Agliano, Umberto Cupertino, Salvatore Stefio, i tre sopravvissuti dopo l’uccisione di Fabrizio Quattrocchi. Loro, riuscimmo a liberarli grazie ad un  blitz. Di quella triste vicenda rimarranno le parole di Quattrocchi. “Così muore un italiano”. Ora ci si interroga sul riscatto pagato oppure no per Silvia Romano. La giovane cooperante liberata a 30 chilometri da Mogadiscio dopo il rapimento avvenuto 18 mesi prima in Kenya, nel villaggio di Chakama, a 80 chilometri da Malindi. Il  riscatto è stato certamente pagato, non viene confermato ma neppure smentito dall’intelligence italiana. Si capisce che dialogare con il gruppo fondamentalista di Al Shabab non ha altri mezzi se non quello del prezzo del riscatto. Dunque ha senso interrogarci sulla necessità di capire se è stato giusto o meno pagare un riscatto per Silvia Romano?