Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Un ufficiale salernitano a difesa del Monastero di Visoki Decane in Kosovo,

di Lorenzo Peluso, inviato in Kosovo.

Decane – E’ questo l’ultimo luogo simbolo di un conflitto etnico-religioso che affonda le proprie radici nella memoria dei tempi. Il Monastero di Visoki Decane, risalente al 1327, scrigno d’arte, patrimonio Mondiale UNESCO. Un luogo dove è nata la Chiesa serbo-ortodossa, protetta dai militari del contingente internazionale KFOR, a guida italiana.

Il tenente Enrico Di Feo, appena 26 anni, è alla sua prima missione internazionale. L’ufficiale, originario di Altavilla Silentina, vicecomandante della Compagnia Papa Coy, guida i suoi uomini, ogni giorno, nella difficile missione di protezione della comunità di 30 monaci che vivono nel monastero seguendo l’antica tradizione di secoli. Un percorso difficile l’integrazione tra serbi ed albanesi in una terra che ancora non riesce a superare le ferite inferte da una guerra sanguinosa. "La gente qui ha bisogno di noi – afferma a quasimezzogiorno.it  Di Feo – hanno compreso che presto lasceremo il Kosovo e ci chiedono costantemente di non abbandonarli. In realtà, nel 2004, erano ben 34 i siti religiosi serbo-ortodossi oggetto di aggressioni ed attacchi da parte delle forze di resistenza albanese e delle milizie dell’UCK. Oggi, dopo una lunga fase di stabilizzazione, solo questo luogo rimane ancora sotto la nostra protezione. Purtroppo, infatti, qui si verificano ancora alcune intemperanze e gesti di minaccia nei confronti dei monaci di Decane. La nostra presenza dunque è anche il simbolo della difesa della cultura serbo-ortodossa, una minoranza rispetto al popolo albanese, a sud del fiume Ibar". Tra poche settimane il tenente Di Feo, dopo sei mesi, ritornerà a casa. Una missione lunga e difficile. "Una grande esperienza di vita, non solo professionale; sento che una parte di me resterà qui in kosovo. Il contatto con la gente comune, il loro atteggiamento, il loro affetto verso il nostro Paese ed il nostro tricolore, che è il simbolo dell’appartenenza, ci rende orgogliosi di aver servito la Nato, l’Italia ed il Kosovo. E poi questa è una terra per certi versi molto simile al nostro territorio. L’attaccamento alle tradizioni, il paesaggio, i legami famigliari, ricordano tanto i nostri piccoli comuni del Cilento. Ecco, mi porterò un pezzo di questa terra sempre nel mio cuore". Dopo quindici anni forse è tempo di guardare avanti anche per il Kosovo. Le recenti elezioni politiche però non hanno restituito una situazione di stabilità. E’ questo certo non depone a favore dell’auspicata fase di transizione finale con la chiusura della missione Kfor. L’Europa guarda con attenzione a cosa accade in questo pezzo di terra balcanica che è la porta ad oriente, sul confine culturale con l’Islam che qui, però, veste i panni di una religione meno integralista ed aperta all’integrazione. Intanto il tenente Di Feo dispone i turni di guardia al Monastero; i suoi uomini, tutti giovanissimi, molti campani, sanno bene quanto il futuro di questo Paese passi dalla loro capacità di proteggere e difendere questo luogo dove i Serbi identificano la radice della loro fede Ortodossa.