Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Tutto ha un senso solo dove riusciamo a vivere.

di Lorenzo Peluso.

Sono trascorsi già due anni; incredibile. Due anni dal mio ultimo viaggio in Medio Oriente. Ho vissuto questo periodo immerso nel lavoro, nell’attesa di poter ripartire. In realtà un viaggio sfumato e rimandato per ben tre volte. Sembrava quasi una maledizione, quando tutto era pronto per affrontare una nuova sfida, un cavillo burocratico, un visto al passaporto rimandato, hanno fatto trascorrere un tempo smisurato, aumentando l’attesa. Ora forse ci siamo davvero. Insomma, ora tutto sembra essere pianificato. la partenza, i permessi, l’itinerario. Le cose di sempre. Lasciai l’Iraq quando le truppe della coalizione internazionale ed i peschmerga erano alle porte di Mosul. Ho continuato a seguire le vicende dello stato islamico fino alla sconfitta sul campo dell’Isis. Ho continuato a raccontare, così come impone il mio mestiere, come sono andate le cose, i fatti. Nella mia mente però sempre la terra che preferisco, il cielo che mi ha rapito. I volti e le voci delle persone che hanno segnato davvero la mia vita: l’Afghanistan. In questi due anni sono andato in giro a raccontare con il mio libro As salamu alaykum il cielo dell’Afghanistan ed ogni volta, ogni volta che ne ho raccontato, mi è sembrato di rivivere il tutto, di essere ancora li, tra la polvere sottile degli altopiani e le imponenti catene montuose. Ho rivisto e rivissuto  il suono delle acque del fiume Harirud che non sfocia in alcun mare. Un fiume che attraversa la valle di Herat dove irriga i fertili terreni fino a quando, all’improvviso vira a nord e poi ad ovest fino al confine tra Afghanistan e Iran. Un fiume incredibile che poi si inoltra nella steppa del Turkmenistan fino a far disperdere le sue acque nel deserto del Karakum. Insomma, ne ho conosciuti di posti al mondo, ne ho incontrate di persone, ne ho viste di albe e tramonti. Nel cuore e nella mente però, sempre l’Afghanistan. Dall’Afghanistan manco da tre anni. Ricordo perfettamente la sensazione di quel decollo che mi riportava a casa. Sapevo in cuor mio che sarebbe passato del tempo prima che potessi ritornare. Così è stato. Tre anni. Ora però il tempo è arrivato. Ora il tempo trascorso, il desiderio di tornare, rendono questi pochi giorni ancora, prima della partenza, infiniti. Spesso avverto una sensazione come di un bambino che, seduto a terra, di fianco all’albero di Natale, non vede l’ora di scartare i regali, la mattina del 25 dicembre. Mi chiedo cosa troverò, se incontrerò quelle persone che mi hanno fatto sentire a casa. Mi capita anche di assaporare tra le labbra il sapore intenso del the; ne sento il profumo. Come sarà ora il Giardino delle donne? La biblioteca di Herat? Quei villaggi di pastori lungo la Ring road? I suoni del mercato, le vie polverose e la confusione? I ragazzini a scuola? Il volto di Suraya? Domande su domande, affollano la mente nel mentre controllo la mia macchina fotografica. Persino un taccuino nuovo. In attesa del caldo di Jalalabad, la valle del sud-ovest a Helmand, le montagne dell’Hindu Kush. Sono pronto a tornare. Ancora pochi giorni, poi si parte. Si ritorna dunque. Sono più vecchio ora, tre anni in più. Più ricco, di esperienze di vita vissuta. Ritorno dove vorrei stare, ma lascio ciò che non vorrei lasciare. Incredibile, ma è così. Non esiste un luogo dove abbiamo tutto, non esiste un tempo dove tutto è tutto. Tutto ha un senso solo dove riusciamo a vivere.