Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Tutti alla ricerca dell’isola che non c’è..

di Lorenzo Peluso

Le enormi difficoltà in cui versa lo stato generale del nostro Paese sono sotto gli occhi di tutti. Alla base naturalmente una grave crisi economico finanziaria che importiamo per buona parte da Paesi stranieri quali gli Stati Uniti.
Noi però contribuiamo notevolmente non solo con la debolezza strutturale del nostro sistema produttivo, negli anni indebolito sempre di più da scelte evidentemente sbagliate, ma dalla pochezza di una classe dirigente davvero sottodimensionata. Questa in sintesi la fotografia generale che inquadra la penisola nel contesto europeo di riferimento. Se si prova a ricercare, dunque, la responsabilità oggettiva di quanto sta accadendo, all’analista attento, non sfugge l’atteggiamento ed il comportamento della politica. Due i versanti su cui fare delle riflessioni. Il sistema partitico del nostro Paese, fortemente voluto dal centrodestra ed assolutamente non contrastato dal centrosinistra, che a distanza di circa dieci anni si è rivelato un vero e proprio fallimento. Il bipartitismo, meglio conosciuto come bipolarismo, piuttosto che consolidare la rappresentatività democratica nelle istituzioni ha rappresentato solo ed esclusivamente l’ennesimo strumento di potere in mano ai gerarchi di turno per selezionare a loro piacimento l’elite del management nei palazzi del potere. Il cittadino, evidenziando una certa ignoranza in merito, ha contribuito clamorosamente al consolidarsi di questa situazione con evidenti fenomeni di partigianeria che hanno prodotto una sostanziale spaccatura in due o poco più fazioni. Pro Berlusconi e contro Berlusconi. Vale la pena riflettere sul modello comportamentale di riferimento che negli anni è stato inculcato nelle menti degli italiani. Il liberismo assoluto promesso ed annunciato tante volte da chi ha governato questo paese negli ultimi vent’anni ha avuto come contrapposizione un modello frammentato e poco credibile volto al garantismo ed allo statalismo. Ecco dunque la confusione di fondo da parte dei cittadini che sull’onda di un’economia e di una finanza “creativa” hanno visto in Berlusconi e nei suoi proclami il miraggio di una meta sociale ed economica a portata di mano. Il miraggio di una ricchezza facilmente raggiungibile contornata di harem in cui esaltare il proprio ego maschilista, di facili scorciatoie per approdare al mondo scintillante della TV; un modo facile ed alla portata di tutti per scrollarsi definitivamente di dosso il pesante fardello di un popolo sofferente e laborioso che per troppi anni ha parlato solo di emigrazione, di questione meridionale, di assistenzialismo, di scala mobile, di lotte sociali e classe operaia. Un secondo versante interessa senza ombra di dubbio l’indiscusso livellamento verso il basso del sistema culturale. Quello che un tempo era focolaio di idee e di pensieri, il fulcro pulsante e rigeneratore della classe dirigente del paese: l’università, oggi giace supina e stordita senza che alcuna linfa vitale produca scatti di orgoglio o gemiti di risveglio. Ecco allora che migliaia di giovani, omologati e preconfezionati, ogni anno, al termine del percorso accademico, varcano la soglia della quotidianità ignavi ed inconsapevoli di una realtà completamente diversa da quella percepita sino al giorno prima. Una realtà fatta di modesti cittadini, una volta grandi risparmiatori, oggi indebitati ed esasperati. Cittadini di un’Italia che in TV o sui giornali guarda con invidia alle vacanze in Costa Smeralda dei propri modelli di riferimento. Cittadini di un’Italia che non si indebita più per costruire case o per trasformare e migliorare la piccola azienda o laboratorio artigianale, ma bensì per pagare a rate la vacanza; il televisore ultima generazione; l’automobile di grossa cilindrata e così via. Ecco quindi cosa oggi rappresenta l’ossatura del Paese. Da un lato una classe dirigente ricca, distante dalla realtà oggettiva del Paese ed impegnata a salvaguardare i propri privilegi; dall’altro lato un Paese indebitato e povero culturalmente impegnato a perseguire il sogno irraggiungibile del modello “berlusconiano”. Il paradosso però è che proprio questo modello ha già intonato il “de profundis”; un modello sconfitto dalla realtà globale che impone velocità di reazione e soprattutto grande spirito di sacrificio. Allora la domanda è: siamo ancora disposti al sacrificio ed alla rinuncia ? Siamo disposti a fare più di un passo indietro ed a ricominciare dal dove eravamo ? Una domanda assai difficile per la quale sembra non esserci una risposta immediata. Mi piace ricordare a me stesso che non troppi anni fa esistevano, oggi sono scomparsi del tutto, intelligenti contadini con la stalla a pochi metri da casa, otto, nove mucche da accudire, scarponi pesanti e mani consumate, che come in un laborioso formicaio, chicco dopo chicco, avevano accumulato grandi risparmi; possessori di ingenti risorse costituite da Buoni Ordinari del Tesoro e soprattutto capaci di far studiare i propri figli per fargli fare il salto di qualità sociale. Oggi siamo tutti borghesi, liberi professionisti, dipendenti ed imprenditori, con macchine veloci e potenti, mani lisce e curate, televisori 42 pollici, perennemente connessi al web, con le rate del credito al consumo in scadenza a fine mese, con i figli disoccupati, stressati ed annoiati, in attesa che compaia magicamente l’isola che non c’è.