Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Troppo distante l’Afghanistan dal nostro vivere.

di Lorenzo Peluso

Non fa notizia, non più. L’Afghanistan di fatto, se mai sia stato al centro dell’interesse della stampa comune, e dunque dell’opinione pubblica, anche in Italia, possiamo affermare che ora come non mai non fa più notizia. Non occuparci dell’Afghanistan però significa non considerare le dinamiche che attualmente si muovo sulla scacchiera geopolitica che coinvolge Stati Uniti, Russia, Iran e Cina. L’ultima pagina di una lunga storia, che non troverà ancora fine per molto tempo, risale allo scorso febbraio, prima dell’emergenza Covid, quando dopo lunghi mesi di trattative ed incontri tra delegazioni, più o meno ufficiali, i talebani firmano  l’accordo di pace con gli Stati Uniti che accettano il ritiro dei soldati americani dall’Afghanistan impelagati in una sanguinosa guerra dall’ottobre del 2001. L’accordo sostanzialmente però ha evidenziato agli occhi del mondo la debolezza della politica estera americana ai tempi di Trump. Insomma, alla fine, senza contare i morti, troppi, neppure i milioni di dollari spesi, incalcolabili, gli Stati Uniti non sono riusciti a imporsi né militarmente né politicamente. In Afghanistan hanno vinto i talebani. Vinsero negli anni ’80 contro la grande Armata russa, sconfitta sul campo. Hanno vinto ora,  nonostante l’evidente superiorità militare e tecnologica occidentale. In verità, sono ancora li i marines, sono in attesa del rientro in patria. Nel mentre i gruppi terroristici che agiscono nell’area non solo son sempre più attivi ma in pochissimo tempo hanno ripreso il controllo di buona parte del Paese. La comunicazione politica occidentale punta tutto sulla responsabilità del governo Ghani al quale ora è affidato il controllo e la sicurezza dell’Afghanistan. Ai molteplici attacchi che si susseguono ogni giorno da parte del Khorasan dello Stato islamico, organizzazione locale affiliata a quella più nota jihadista dell’Isis il governo di Kabul ha reagito annunciando la fine della “difesa attiva” e il riavvio della fase offensiva, soprattutto contro i talebani. Dunque ancora una faida interna al Paese, con il governo centrale che individua quale nemico principale ancora i talebani che nel mentre hanno ricevuto un riconoscimento politico internazionale sedendosi al tavolo della trattativa con gli americani e riuscendo anche a chiudere l’accordo per il ritiro degli stessi dal Paese. Intanto il sangue versato da 2800 soldati americani, vittime sul campo del conflitto, è stato presto dimenticato anche in America, alle prese con l’emergenza Covid e con la confusione mentale del presidente Trump. Della debolezza di Trump sono coscienti i talebani che hanno fatto  vacillare l’accordo siglato a Doha, già dallo scorso aprile. Nel contesto di dialogo in corso i Talebani infatti hanno interrotto le trattative con il Governo afghano. Al centro del contendere  lo scambio di prigionieri di guerra. Insomma, l’America prima di lasciare il Paese deve pur rispettare l’impegno assunto con i talebani alla pacificazione, a discapito della democrazia dell’Afghanistan, tra il governo Ghani e i talebani. La scorsa settimana a Kabul è arrivato l’inviato americano Zalmay Khalilzad. L’obiettivo è dunque concretizzare l’accordo di pace tra gli Stati Uniti e i Talebani. In realtà la situazione a Kabul è molto complessa e si gioca sul filo della politica di palazzo. Il Presidente Ashraf Ghani infatti si è accordato con il suo rivale politico Abdullah Abdullah. Insomma un accordo di gestione del potere in modo da non lasciare nulla a nessuno. All’occidente intanto viene venduta la possibilità di una pacificazione tra le fazioni in campo affidando proprio a Abdullah Abdullah l’incarico di curare il dialogo con i Talebani. Alla politica ed alla comunicazione politica che l’Afghanistan vende all’occidente in modo strumentale si contrappone la strage silenziosa che avviene ogni giorno nel Paese. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite dal momento della firma dell’accordo di pace, a febbraio, ad oggi le uccisioni di civili e le morti causate dagli attentati sono superiori del 38% rispetto all’anno precedente, mentre solo quelle causate dai Talebani sono il 25% in più. Ma questo, a noi occidentali importa poco, troppo distante l’Afghanistan dal nostro vivere.