Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Tra grazia e verismo, Enrico Caruso, lagrime e vita

Eduardo Sineterra

“Sarebbe diventato cantante, anche se fosse venuto al mondo senza corde vocali”

Joseph Roth

25 febbraio 1873, Enrico Caruso, cantante lirico, nasce a Napoli al numero 7 di via San Giovanniello agli Ottocalli da padre meccanico, Marcellino Caruso, e da Anna Baldini madre e donna delle pulizie. Figlio primogenito (prima di lui nacquero e perirono diciassette neonati tra fratelli e sorelle), Carusiello, così in loco vezzeggiato, da minuscolo contralto esordì nella Basilica del Carmine Maggiore, chiesa di quartiere. La sua voce fu così esile da essere ben presto soprannominato come “il vento che soffia tra i vetri”.
Scoperto dal maestro Guglielmo Vergine che lo educò gratuitamente nella scuola di canto che dirigeva presso lo storico rione Borgo Santa Lucia, il giovane cantante fu ben presto introdotto negli altolocati caffè napoletani brulicanti di artisti; proprio in uno di questi, Francesco Zucchi , agente teatrale, gli proporrà una partitura per il teatro Cimarosa di Caserta dove Caruso interpreterà magistralmente sia il Faust di Gounod che Cavalleria rusticana di Mascagni . Ma è a ridosso del XX secolo e grazie all’incontro con il critico d’arte e librettista Nicola Daspuro, che avviene la svolta decisiva per la carriera del tenore napoletano. Egli approderà nei maggiori teatri italiani: dal Mercadante di Napoli, al Goldoni di Livorno, sino al trionfo ed alla consacrazione di sommo tenore con La Bohème di Puccini al Lirico di Milano; è emblematico il racconto di quegli anni, ormai leggenda, di ciò che accadde durante le prove della Tosca: qui Giacomo Puccini, nell’ascoltare quel talento indiscusso, si emozionerà a tal punto da esclamare: “Ti ha mandato Iddio!”.
Ma le critiche più dure, unite ad una forte delusione, il tenore le riceverà proprio a Napoli, la sua città natale, il 31 Dicembre 1901, giorno successivo alla messinscena lirica de L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti al Teatro San Carlo: Saverio Procida critico musicale, nota penna del quotidiano teatrale il Pungolo ed esponente della nobiltà napoletana screditò le tanto acclamate doti del giovane talento; quest’ultimo, durante i primi atti, pervaso da incedenti emozioni, fu sì non impeccabile, eppur, durante il finale, fu più volte incitato a ripeter l’esecuzione. Caruso giurerà che, da quel momento in poi, mai più si esibirà a Napoli: promessa che manterrà sino alla morte.
Raggiunta la fama di sommo tenore in Italia così come in Europa e, insieme, amareggiato dalle critiche della nobiltà concittadina, Caruso volò ben presto negli Stati Uniti: nel 1903 firma un importante contratto con il Metropolitan di New York debuttando con il Rigoletto di Verdi: mai, nessuna rappresentazione aveva visto sino ad allora un’affluenza di pubblico così numerosa. Il trionfo fu così garantito.
D’ora in avanti il tenore si esibirà praticamente ovunque nel globo sino alla sua ultima memorabile apparizione avvenuta, contro il parere medico, nel ruolo di Eléazar nel L’ Ebrea di Jacques Fromental Halévi al Metropolitan di New York, il 24 Dicembre 1920. Malato da tempo di pleurite infetta, le condizioni dell’artista lentamente peggiorarono; nonostante la buona riuscita dell’operazione ed il suo successivo trasferimento a Sorrento alla ricerca di climi più miti, nella città metropolitana di Napoli, il 2 Agosto 1921, la vita del sommo tenore si spense all’età di quarantotto anni. Tuttora riposa al cimitero di Santa Maria del Pianto in Napoli in una bara di cristallo.

Enrico Caruso, vero antesignano dell’industria discografica, fu il primo cantante della storia capace di vendere un milione di dischi, a credere fermamente, a differenza di molti suoi colleghi, nella tecnica avanguardista dell’incisione e a promuovere i differenti supporti sonori del grammofono. Fu inoltre attore in sperimentali pellicole cinematografiche, allora altro mezzo d’innovazione d’arte in ascesa, in film come My Cousin, regia di Edward Josè (1918) ed una trasposizione filmica di Lucia di Lammermoor; superando così anche la condizione stessa di cantante lirico.
Durante il periodo statunitense, all’età di trentasei anni, Caruso inciderà, direttamente dalla tradizione classica napoletana, uno dei brani che lo renderanno celebre in tutto il mondo, Core ‘ngrato (scritta da Riccardo Cordiferro e da Salvatore Cardillo nel 1911): il pathos dell’interpretazione è così intenso e vivo che esula dalle reali e private vicende amorose trascorse tra lo stesso Caruso ed il soprano Ada Giachetti (conosciuta ai tempi de La Bohème di Puccini, allora già sposata con il ricco commerciante Gino Affortunato Paolo Botti e con figli, che lo abbandonerà dopo undici anni di vita insieme).
Qui è Caruso che supera se stesso e diviene unicità universale nel gioco perpetuo del perdersi nelle emozioni e il ritrovarsi nell’esecuzione. In questo brano, come in molti altri incisi o interpretati (ad es. Vesti la giubba , E lucevan le stelle, Una furtiva lagrima) s’ invera all’astante lo stile unico dell’artista, dalla voce lacrimata, sofferta, morente, eppur viva, penetrante e malinconica; dai toni e dai timbri di grazia, soavità e dolcezza poi impastati di notte, di tenebre, di eterna sensualità e lotta tra i sessi, tipici postulati in seno al melodramma verista.

“Per un cantante il riposo è il silenzio, la morte” Enrico Caruso

La sua grandezza é tale tuttora nel suo popolo, quello napoletano, che questi gli rende omaggio per mezzo di un’antica leggenda popolare: una visitatrice senza nome, donna misteriosa e velata lentamente incede verso la sua trasparente bara recando sempre fiori.