Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

The Shape of Water – la forma del “cinema” e l’incanto di Guillermo del Toro

Eduardo Sineterra

Al di là delle tredici candidature e dei quattro Oscar assegnati al miglior film, miglior regista, migliore scenografia, migliore colonna sonora e del Leone d’oro ricevuto, ancora come miglior film, alla 74° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, oltre che agli innumerevoli premi e candidature conquistati in tutto il mondo, con il suo ultimo film, The Shape of Water (La Forma dell’Acqua trad.) Guillermo del Toro, noto regista e sceneggiatore messicano del genere fantasy, rende omaggio al cinema e alla sua magia, esaltando e insieme stravolgendo le forme di un racconto atipico e meta-reale attraverso un linguaggio favolistico non di meno singolare.
In una cittadina ad est degli Stati Uniti d’America, in un laboratorio governativo, durante gli anni della conquista dello spazio, nei più concitati attimi della Guerra Fredda, si dipanano le storie di individui posti ai margini della società: la vita di una donna delle pulizie, sola ed affetta da mutismo (Sally Hawkins), non di meno a quella della sua collega afroamericana (Octavia Spencer) e del suo inquilino omosessuale (Richard Jenkins), sarà letteralmente stravolta dall’incontro con una creatura anfibia amazzonica catturata dal colonnello Strickland, arrampicatore sociale (Michael Shannon), dapprima tenuta in ostaggio e torturata, in seguito destinata alla vivisezione ed alla morte. La tragica fine prevista per questa creatura umanoide, dai nativi amazzoni venerata come un dio, sarà ostacolata proprio da quegli individui che, per amore e per rivalsa, in quella condizione di solitudine e di marginalità si rispecchiano.
I motivi guida di quest’opera chimerica, malinconica, metafora della realtà, sono magistralmente raccontati, inscenati e, attraverso migliaia di sfumature di verde, sono addirittura con cura fotografati.
L’amore, puro e sui generis, ne fa da sfondo: corona l’unione delle singolarità, quello tra la principessa senza voce e il principe-dio dell’acqua e, per estensione, con eleganza, svela allo spettatore l’amore e la passione che il regista stesso, nutre nei confronti dell’intera macchina cinematografica.
Oltremodo, nella rappresentazione si palesano: l’immaginazione fervida anteposta alla realtà incatenante e scomoda; il linguaggio dei segni che soppianta il dialogo fatto di parole, esaltandone ancor più i silenzi; la perdita, intesa come sofferto distacco e la malinconica rappresentazione d’addio inscenata come in quei vecchi film muti di Keaton dal tono bianco e nero, a braccetto con la meta-finzione.
L’odio, quello per il diverso, è qui altrettanto palese, ma lentamente scema in questo estatico momento d’attesa, nel quale, liberandosi dalla violenza di senso, il regista consegna la chiave dell’intera vicenda alla natura stessa dell’essere umano: “L’esser mostro o divinità?”