Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Stefano Cucchi – Sulla “sua” pelle

Eduardo Sineterra

“Era chiaro a me ed ai miei genitori, quel 22 ottobre di nove anni fa, quando vedemmo Stefano per l’ultima volta steso sul tavolo dell’obitorio, ciò che mio fratello aveva dovuto subire. La verità era impressa su quel corpo martoriato, sull’espressione di quel volto che continuavo a fissare chiedendomi come fosse stato possibile che un essere umano avesse ridotto in quella maniera un suo simile. Quella domanda non troverà mai risposta. Quella stessa verità che è stata ostinatamente negata in anni ed anni di processi sbagliati per tentare di affermare che in fondo Stefano era morto di suo. Processi falsi e ipocriti sulla pelle della sua famiglia. Oggi quella verità è entrata forte e chiara in un’aula di giustizia. Vi è entrata con parole terribili che descrivono quel violentissimo pestaggio in tutta la sua brutalità. Altro che caduta dalle scale! Tutti coloro che ci hanno insultati, infangati, denunciati e che ci hanno costruito su addirittura carriere politiche, ora dovranno chiedere scusa alla famiglia di Stefano Cucchi, alle istituzioni che hanno finto di rappresentare e dovranno chiedere scusa ad ogni cittadino per bene. Stefano mio quanto dolore! Papà continua a guardare il film ‘Sulla mia pelle’ ogni sera, magari si illude di poter cambiare il finale e di stare ancora con te”.

Lettera di Ilaria Cucchi, ospite a Propaganda Live, programma della rete televisiva privata La7, del 12 Ottobre 2018.

Sono trascorsi solo pochi giorni dagli ultimi sviluppi nel nuovo filone d’indagine sul noto caso di cronaca nera italiana concernente la morte di Stefano Cucchi: giovane geometra romano, appassionato boxeur, nato a Roma il 1° Ottobre 1978 e ivi deceduto a soli trentun anni, il 22 Ottobre 2009 presso l’ospedale Sandro Pertini, molto probabilmente a causa dei numerosi traumi riportati in seguito al violento pestaggio subìto da parte di alcuni esponenti dell’arma dei carabinieri presso i locali della compagnia Roma Casilina. Tra le cause del decesso: varie ecchimosi, lesioni e fratture sparse su tutto il corpo, in particolar modo sulla schiena, sul viso e sul torace, unite ad un evidente stato avanzato di malnutrizione (al momento del decesso Stefano pesa soltanto 37 chilogrammi per 162 centimetri di altezza). Dopo nove estenuanti anni, fatti di processi e di cause giudiziarie che mai hanno chiarito in toto la verità sulla vicenda, il carabiniere Francesco Tedesco, uno dei cinque imputati, ha finalmente abbattuto il muro di silenzio circa il massacro del giovane: deceduto numero 148 all’interno delle carceri italiane unicamente nel 2009. Il carabiniere Tedesco ammette il pestaggio e accusa i colleghi non solo della violenta aggressione: atti intimidatori, intestini all’arma, furono tacitamente rivolti alla sua persona e un velo di silenzio così discese sull’intera questione. Ora i cinque carabinieri sono rispettivamente imputati di: omicidio preterintenzionale e abuso di autorità (Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernardo e il medesimo Francesco Tedesco), calunnia (Vincenzo Nicolardi), calunnia e falso (il maresciallo Roberto Mandolini). Durante questi lunghi anni, in attesa che i tempi della giustizia facessero il proprio corso, molte sono state le iniziative promosse dalla famiglia della vittima, dai genitori ed in particolare dalla sorella, Ilaria Cucchi, atte alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica circa lo scempio perpetrato ai danni dell’esile corpo del proprio figlio e fratello: sia a livello locale, tra i quartieri della capitale, sia su scala nazionale, tra le  sterminate pagine dei rotocalchi o sulle svariate piattaforme delle testate giornalistiche, è stata a lungo ribadita quell’efferata violenza inferta al fragile ragazzo di Tor Pignattara, il noto quartiere popolare romano tanto amato e raccontato da Pier Paolo Pasolini.

Ma ciò che di più ha recentemente smosso gli animi e commosso la collettività in merito agli accadimenti, è stata l’opera filmica del regista romano Alessio Cremonini, dal titolo Sulla mia pelle, premio alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2018, prodotta in Italia da Cinemaundici e Lucky Red e da quest’ultima ivi distribuita insieme alla nuova piattaforma multimediale on line Netflix. La pellicola mostra l’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi: dal momento del fermo, delle perquisizioni sia in auto che in casa, dell’arresto, del pestaggio che questi subì, dell’immenso, lento e crescente dolore che egli provò in quel consunto letto d’ospedale presso il Reparto di Medicina Protetta, ove questi fu preso in consegna, sino all’ inesorabile ed agognata morte. Tra gli interpreti si annoverano due attori d’immane talento, seppur giovani, ormai delle realtà nel nuovo cinema italiano: Alessandro Borghi (protagonista) nel ruolo di Stefano Cucchi e Jasmine Trinca nel ruolo di Ilaria Cucchi; tra i volti noti del cinema e della televisione: Max Tortora e Milvia Marigliano rispettivamente nel ruolo di Giovanni Cucchi e Rita Calore, genitori di Stefano.

Come lo stesso regista ha affermato durante un’intervista per il quotidiano La Repubblica, affinché una sceneggiatura fedele alla realtà, dunque più prossima al vero, potesse essere redatta, l’immane lavoro di studio ed ideazione del progetto, in questo film, si è basato, da principio, proprio sulla ricostruzione de facto di quelle fonti ufficiali note alla magistratura: circa diecimila pagine di verbali; solo in un secondo momento, attraverso le testimonianze della famiglia e degli amici, la dimensione più intima dell’uomo-Cucchi è stata riconsegnata alla rappresentazione; per un film: “Puro nella sua sofferenza”.

Ad ogni tappa, questa Via Crucis filmica è scandita magistralmente dal lento incedere del suo protagonista: è l’ultimo round della sua vita quello che sta per cominciare, quello della fatale dipartita, allo scadere dei giorni, poi dei minuti infine dei secondi. Dalle celle dei carabinieri, passando per i tribunali, per il carcere di Regina Coeli, fino alla camera d’ospedale della Sezione Carceraria del Sandro Pertini, il boxeur incontra centoquaranta persone: professionisti, carabinieri, guardie giurate, avvocati, assistenti e pubblici ministeri; quasi nessuno si è accorto di quanto fossero precarie le sue condizioni e tutti hanno taciuto. Colpevoli di negligenza collettiva.

In questo esercizio d’iper-realismo cinematografico viene offerta una visione della realtà estremamente fedele, sino nei particolari più minuti; per di più, la potenza della finzione filmica restituisce finalmente dignità all’attore-vittima della vicenda nei suoi aspetti più intimi e privati. Cinema come potenza e responsabilità. Qui catarsi non s’invera, bensì un lento sgretolamento degli eventi, accompagnati dallo sfaldamento di quel corpo martoriato, avviene nella sua più pura e solitaria sofferenza. La spettacolarizzazione dell’agonia e della morte qui è giustificata come unica forma di riscatto plausibile per l’uomo misero, poiché è nell’epoca della società dello spettacolo e della comunicazione per mezzo delle immagini, quella che il filosofo francese Guy Debord tanto ha discusso, l’attimo in cui viviamo. Questo è il cinema-verità, strumento di informazione: attraverso l’immagine si rinobilita un nome, raccontando  l’evento dell’ Uno: il fatto universale.

Sarà stata, forse, la visione di queste crude immagini filmiche a smuovere persino la coscienza dell’imputato Francesco Tedesco? E’ un lieto pensiero a cui ci dispiace non credere.