Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Spopolamento ed emigrazione. Chi lascia il Sud?

di Giancarlo Guercio

Secondo i dati ISTAT dagli oltre 60 milioni di abitanti attuali si passerà a circa 53 milioni nel 2065. Il dato già di suo allarmante è ancor più sconcertante se si pensa che questa emigrazione toccherà soprattutto il Mezzogiorno d’Italia con una perdita, sempre nel 2065, di 1.100.000 abitanti, di cui oltre il 50% saranno giovani e soprattutto provenienti dalle aree interne del Paese. Un quadro per nulla roseo su un futuro devastante per i piccoli borghi, già vittime di una vera e propria diaspora di giovani che il più delle volte, partiti per gli studi universitari e completati i percorsi formativi, non intendono più fare ritorno ai loro piccoli centri. Il fenomeno della emigrazione è ormai risalente; dal 1861 la discesa demografica non ha più trovato freno (tranne che per brevi periodi intorno agli anni 50-60 del Novecento quando, in alcuni, rari casi, si è addirittura invertita la tendenza) e una intera fetta di “Capitale umano”, per dirla con Gary Becker, ha spostato altrove il proprio centro di interessi e di aspettative lavorative, sociali, familiari e culturali. Un vero depauperamento anche per i nostri territori che hanno così perduto presenza umana. La legge sui piccoli borghi e le Strategie delle aree interne possono rappresentare uno strumento per contrastare questo fenomeno, ma ormai l’esodo è inarrestabile e difficilmente si riuscirà a fronteggiarla, nonostante le più valide attività di programmazione e progettazione territoriale, economico e socio-culturale. Non pochi infatti sono gli strumenti che si stanno mettendo in campo per arginare l’emorragia migratoria, come la Carta di Ollolai, siglata tra amministrazioni sarde, e l’argomento sarà sempre più presente sui tavoli della discussione governativa centrale e locale. Ma è opportuno fare anche una riflessione più accurata sulla tipologia di neo-emigrante.

Chi lascia i piccoli centri? Solitamente a “restare fuori” sono giovani che sperimentano il “mondo oltre il paese” durante il periodo universitario. Sono cioè quelle persone che danno valore agli stimoli culturali e che si prefiggono obiettivi formativi, che provengono da una famiglia economicamente in grado di sostenere i propri figli agli studi universitari, il più delle volte “fuori sede” (quindi con tutto il carico delle spese di vitto, alloggio e quant’altro). Famiglie economicamente e socialmente medio-alte che di fatto, con la trasmigrazione di propri giovani congiunti, vedono sfumate alcune prospettive o proiezioni di attività economiche, professionali, familiari e quindi sociali. Ciò che perdono i piccoli centri è di fatto il capitale umano migliore, quello che ha acquisito competenze e professionalità e che potrebbe imprendere mettendo su una piccola azienda, un ufficio, un’attività commerciale o un’agenzia di servizi. Probabilmente sono tutte attività che quel giovane farà comunque, ma altrove.

Chi resta nei piccoli centri? Purtroppo la constatazione è piuttosto amara. Restano quei giovani che non hanno né la voglia né i mezzi di studiare, di mettersi in gioco con attività economiche proprie e che si accontentano di ciò che trovano. E nel 2065 chi amministrerà questi luoghi, chi avrà ruoli di dirigenza, sarà chiamato ad occuparsi di assistenza sociale, soprattutto ad anziani, o a disoccupati. La ricetta sarebbe quindi quella di andarsene via tutti? Ovviamente no. Il catastrofismo non appartiene all’indole sana di un abitatore del sud che per ghenos e sostanza è abituato a rimboccarsi le maniche e sa cosa significano resilienza e restanza. Sarebbe opportuno quindi che le classi dirigenti e le amministrazioni pubbliche, a partire da quelle locali, sappiano con coscienza e accuratezza affrontare una questione fin troppo spinosa e insistere fino allo stremo delle forze per definire linee programmatiche sostenibili e credibili, giuste e valide, commisurate alle realtà territoriali, semmai mettendo da parte i particolarismi e puntando alle “Unioni dei comuni”, quantomeno per una gestione condivisa di servizi e funzioni comprensoriali; sarebbe opportuno che si guardasse alle altre ondate migratorie per intercettare uomini e donne di valore e incentivare la loro presenza per il ripopolamento soprattutto delle aree interne: anche in passato, gli incroci tra culture non hanno causato soltanto guerre, ma hanno prodotto anche esiti davvero interessanti e suggestivi (si pensi, ad esempio, a quel che riuscì a fare Federico II nella sua mirabile corte palermitana). Quello dello spopolamento e quindi dell’emigrazione è un tema davvero difficile e va affrontato con grande serietà. Dal canto loro anche i giovani devono imparare ad apprezzare le risorse territoriali e impegnarsi affinché quei possano trovare una adeguata valorizzazione. Per la gratificazione di tutti, giovani, famiglie e risorse territoriali.