Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Siamo tutti responsabili.

di Lorenzo Peluso.

Dove stiamo andando? Come? Credo sia legittimo chiedersi, interrogarsi su cosa siamo diventati. Quando e come siamo diventati ciò che siamo. Insensibili, indifferenti, superficiali. Freddi, distaccati, soli. Si, anche soli. Perché poi è solitudine, non vi è dubbio, il vivere tra la gente, in mezzo alle persone, senza accorgersi di cosa siamo per gli altri. Insomma i recenti fatti di Manduria devo indurci ad una riflessione necessaria ed urgente. Quel che più mi ha indignato in verità è l’affermazione di uno dei ragazzi coinvolti nella vicenda: “non pensavamo che ci potesse soffrire così!”. Antonio Cosimo Stano, di 65 anni, è morto perché alcuni ragazzi, tra cui sei minorenni, non pensavano che lui ci potesse soffrire così. Malmenato, deriso, torturato, schernito, maltrattato, umiliato, ma soprattutto riempito di botte ed insulti. Antonio Stano è morto lo scorso 23 aprile per choc cardiogeno presso il reparto di rianimazione dell’Ospedale Giannuzzi di Manduria. Una persona buona, sensibile, certo con alcuni problemi relazionali, ma che non dava fastidio a nessuno, mai. Diventato l’oggetto ed il passatempo di alcuni ragazzi che non avevano altro da fare se non recarsi ogni giorno presso l’abitazione dell’uomo, importunarlo di continuo fino a farlo uscire di casa per poi malmenarlo a turno, ridicolizzarlo al punto di devastargli la mente e l’animo oltre che il corpo. Eppure, rispetto alla gravità di questi fatti, questi ragazzi di provincia, specchio assoluto della realtà quotidiana di una società senza valori e senza misura, sono riusciti ad affermare che: “non pensavano che ci potesse soffrire così tanto”. Siamo al punto di non ritorno, questo è chiaro.

Un dramma sociale di vaste proporzioni che è una deriva per tutti. “Mi sento responsabile io dell’assenza di umanità dimostrata da mio figlio, anche solo per aver condiviso un video girato da altri. In casa viviamo male, non dormiamo. ‘Perché?’ mi chiedo, ‘dove ho sbagliato?'”. La mamma di uno dei ragazzini coinvolti disperata non trova altre parole che queste. Certo, ora la giustizia farà il suo corso, speriamo. Sono già scattati i provvedimenti di fermo. La Polizia ha eseguito otto misure cautelari nei confronti della ‘Comitiva degli Orfanelli’ di Manduria: tortura e sequestro di persona le accuse mosse dalla Procura. Otto provvedimenti di fermo di indiziato di delitto nei confronti di altrettanti soggetti – di cui sei minori di età – ritenuti a vario titolo gravemente indiziati in concorso dei reati di tortura, danneggiamento, violazione di domicilio e sequestro di persona aggravati. Ma questo rientra nella normalità di un vivere che ora dovrà trovare colpevoli e carnefici e dunque lenire le coscienze di tutti. Ma può bastare? Cosa ci sfugge? Cosa non conosciamo delle vite dei nostri figli, adolescenti? Pamela Massari, maestra nella scuola elementare di Manduria, scuola frequentata da più di qualcuno degli indagati, ha affermato: “qui il problema è uno, ma costa ammetterlo: questi ragazzini vivono in un contesto di impunità fin da piccoli grazie a genitori pronti a difenderli sempre e comunque, pur davanti a evidenze vergognose”. E’ questa l’altra verità? O forse questa è la giustificazione che noi genitori offriamo a noi stessi, prima, per assolverci dal nostro essere distanti dai figli, dalle loro vite sconosciute, dalla velocità della quotidianità e dal repentino cambiamento degli stili di vita che ci pongono, se pur giovani, ad una distanza abissale dal mondo adolescenziale? Cosa sappiamo davvero dei nostri figli? Il loro mondo, virtuale consumato su uno schermo di cellulare in una rete dove tutto è possibile quanto lo conosciamo? Ne facciamo parte? Assolviamo dunque i nostri figli da qualsiasi responsabilità solo perché forse alla fine i responsabili siamo noi? Non occorre tirare in ballo neppure la scuola. Diciamolo pure, nonostante i suoi evidenti limiti, alla fine è solo il luogo dove i nostri figli trascorrono cinque ore al giorno. Proviamo viceversa a chiederci quando, ad esempio, siedono a tavola con il cellulare in mano, durante il pranzo, e magari facciamo la stessa cosa anche noi. A chi deleghiamo la relazione umana che dovrebbe esserci tra noi e loro; chi svolge al posto nostro quel necessario compito di ascolto e guida per i nostri figli? Queste risposte, se mai riusciamo a trovarle, offriranno il necessario chiarimento per spiegare anche cosa è accaduto a Manduria.