Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Siamo probabilmente alla svolta, per il futuro dell’Afghanistan.

di Lorenzo Peluso.

Siamo probabilmente alla svolta, per il futuro dell’Afghanistan. Stati Uniti e talebani annunceranno a breve un accordo per avviare colloqui diretti tra miliziani e governo di Kabul, al fine di definire una road map per l’inclusione dei talebani nel governo afghano. L’accordo prevederebbe un primo ritiro di circa 5.000 dei 14.000 militari americani presenti nel Paese. In cambio i talebani si impegnerebbero a non sostenere al Qaeda e lo Stato islamico, e a impedire che le due organizzazioni terroristiche operino nelle zone sotto il loro controllo. Il percorso immaginato dunque per trovare un equilibrio tra governo centrale e talebani, sembra chiaro. Quel che è stato fatto in Libano con hezbollah, insomma un braccio armato considerato terroristico, convertito a forza politica del paese, è ciò che si immagina evidentemente anche per i talebani. I colloqui tra le due parti afgane dovrebbero portare quindi alla definizione dell’inclusione dei talebani nel governo e alla definizione di questioni cruciali, quali il ruolo delle donne nel Paese. Dopo il primo ritiro, il grosso delle truppe americane dovrebbe lasciare il Paese nell’arco di 18 mesi. Le fonti hanno aggiunto che Italia e Germania, i due Paesi con il maggior numero di militari impegnati nella missione Nato, dovrebbero quindi definire il ritiro dei propri soldati rispetto alla partenza Usa. Questo farebbe immaginare un sostanziale ridimensionamento delle truppe italiane in Afghanistan, per la fine del 2019, ed un probabile rientro definitivo del contingente entro il 2020. Tuttavia, va ricordato che già nel gennaio di quest’anno, il ministro della Difesa italiana, Elisabetta Trenta aveva dato disposizioni al Coi (il Comando operativo di vertice interforze) di valutare l’avvio di una pianificazione per il ritiro del contingente italiano in Afghanistan con un orizzonte temporale di 12 mesi. Occorre allora ricordare il perché siamo stati lì in questi anni. Eppure Bin Laden è stato trovato e ucciso già otto anni fa e nemmeno era in Afghanistan ma in Pakistan. Magari siamo stati li per portare aiuto alla popolazione locale, per garantire che i bambini e le bambine siano ritornati a scuola; per garantire un avanzamento del processo di riconoscimento dei diritti negati alle donne. Siamo stati li per garantire e contribuire alla realizzazione di scuole, biblioteche, strade. Comunque certo di cose da fare in Afghanistan occorre farne ancora, tante. Ma ora quel che conta davvero, sulla scacchiera internazionale è la volontà espressa dal presidente americano di arrivare alle prossime elezioni mantenendo la promessa del ritiro dei soldati non solo dalla Siria ma anche dall’Afghanistan, per mettere fine alla guerra più lunga e costosa nella storia americana. Una mossa che trascinerà anche gli alleati Nato, tra cui l’Italia, a pianificare il ritorno dei  900 soldati da Herat – secondo contingente dopo quello americano, presente dal 2002 per una missione prima combat poi operazione di mero addestramento e costata la vita a 54 italiani.