Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Riforma del Credito Cooperativo – Un colpo di spugna dal Governo Conte. Intanto sei mesi di proroga.

di Lorenzo Peluso

Il governo Conte-Salvini-Di Maio è pronto a dare un colpo di spugna alla riforma del Credito cooperativo voluta dal precedente governo Renzi. Il punto nodale del tutto è che le sofferenze del sistema bancario italiano e la crisi di modello della stagione 2007-2012 (nata dopo l’esplosione dei mutui sub-prime americani) avevano portato il sistema bancario all’attenzione degli istituti di vigilanza e dei governi. Insomma, in Italia sotto la lente d’ingrandimento finiscono anche le circa 300 banche di credito cooperativo. Nonostante la crisi abbia mostrato che il problema albergasse soprattutto nelle grandi banche, di dimensioni troppo elevate per fallire, piene di crediti deteriorati (oltre a derivati ed altro) ed in grado di condizionare le scelte della politica, da qui è partita la riforma Renzi: accorpare le banche di credito cooperative in poche s.p.a. Lo stesso governo Renzi ha immaginato una riforma, che tra le altre cose, prevedeva l’ampliamento dei soci con l’innalzamento del capitale da loro detenibile, da 50.000 a 100.000 euro, e del numero minimo dei soci che ogni Bcc deve avere, da 200 a 500. Trasformando quindi le Bcc in tutt’altro che piccoli istituti vicino al territorio. Le banche cooperative dovevano poi confluire in una s.p.a. (Gbc), condizione questa per il rilascio dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria. Ma le circa 300 banche cooperative diffuse sul territorio italiano anche con conflitti di interesse interni, storture e cattive gestioni, nel 2014 avevano coefficienti patrimoniali più elevati del resto del sistema bancario. Più interessante sarebbe stato se fosse stato adottato un modello di riforma simile a quello tedesco: prevede che le piccole e medie banche si prestino garanzia reciproca e mutuo soccorso in caso di difficoltà e non siano fuse in un unico gruppo; limitando anche la durata delle singole cariche istituzionali interne al fine di evitare l’insediamento di poteri localistici riproducibili a vita (come è stato in tanti casi). In questo ha avuto un ruolo anche la Federazione Nazionale delle Bcc (Federcasse) che ha promosso la riforma Renzi, intravedendo nell’accorpamento la possibilità della creazione del quarto polo bancario nazionale. Poli di queste dimensioni finiscono sotto il controllo dalla Banca centrale europea (Bce). Insomma, mentre gli altri Paesi europei evitano che le loro piccole e medie banche finiscano sotto questa vigilanza, a cui poco o niente interessa lo sviluppo di uno specifico territorio, i nascenti gruppi di Bcc dovevano assumere dimensioni tali da cadere proprio sotto detta vigilanza centralizzata europea. Oggi la musica però è cambiata. Il governo giallo-verde non vede di buon occhio la riforma. La prospettiva più probabile è che il governo inserisca  nel decreto Milleproroghe di fine luglio un rinvio di altri 6 mesi della riforma. Il tempo sufficiente per modificarla. L’obiettivo del Governo Conte sembra essere quello di far tornare le piccole banche di credito cooperativo alla propria autonomia e ad erogare credito alle micro e piccole imprese locali, senza essere sottomesse alla capogruppo (Gbc) nelle scelte strategiche. Di certo si aspetta con ansia che il  ministro dell’Economia Giovanni Tria espliciti in modo chiaro la direzione. Chi ha creduto fortemente nell’autonomia, non cedendo di un millimetro la propria posizione, evitando fusioni, accorpamenti e contaminazioni con altre consorelle, magari in difficoltà, è stata la BCC di Buonabitacolo. Una scelta di campo. Intanto, per i 6 mesi previsti si sospenderebbero le previsioni di legge con la proroga delle funzioni del fondo temporaneo obbligatorio del sistema che interviene in caso di crisi bancaria.