Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Rapporto SVIMEZ, c’è poco da stare allegri.

di Lorenzo Peluso.

Il solito convegno ha visto presentare, nei giorni scorsi, il rapporto elaborato dalla SVIMEZ, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, sullo stato dell’economia nel sud del Paese.
Abbiamo voluto capirci di più e quindi siamo andati a sfogliare il corposo dossier che fotografa l’inesorabile decadenza del mezzogiorno. Basterebbe un solo dato per chiarire, se ve ne fosse ancora bisogno, di quanto il sud si allontani sempre più dal nord del Paese: 281 mila unità lavorative perse nel periodo 2008-2010. Un dato drammatico a cui si aggiunge un ulteriore tassello di riflessione: nel periodo 2000-2009 hanno lasciato le Regioni meridionali ben 600 mila uomini e donne in cerca di un futuro migliore verso le Regioni del settentrione. Ma quello che davvero lascia interdetti è il dato fornito relativamente alle previsioni per i prossimi quarant’anni: un giovane su quattro sarà costretto a lasciare il sud della penisola. Come commentare questi dati? cosa aggiungere al senso di profonda frustrazione che chiunque, vivendo in questo sud, prova alla lettura di queste cifre? D’altronde lo stato delle cose è più che evidente a chi qui vive e prova a realizzare il proprio percorso di vita. Quanti nostri congiunti attualmente hanno lasciato le nostre famiglie? quanti nostri amici hanno scelto, con dolore, di provare a costruire il proprio futuro altrove? Allora cosa fare? Tante le domande che si affacciano alla mente, davvero poche le risposte che si riescono a trovare a tutto ciò. Allora la solita retorica: una classe dirigente inadeguata ed insufficiente è probabilmente la prima responsabile di questo sfascio. Sicuramente è così; ma solo questo? certo no. Vien da chiedersi a questo punto la gente dov’è? La risposta anche in questo caso non è scontata. La gente probabilmente è impegnata nella dura battaglia quotidiana per la sopravvivenza. Una sopravvivenza che oramai è assoggettata ad un qualunquismo che impone atteggiamenti e comportamenti che sono comuni in questi luoghi ma che non hanno nulla, davvero nulla a che fare con quel necessario e doveroso rispetto delle regole. Io credo che questo sia il vero punto della questione. Qui si lavora, quando si lavora, preferibilmente in nero; qui si propinano solo ed esclusivamente contratti parasubordinati; qui la gente vive di espedienti. A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento drammatico. Oggi chi paga più degli altri sono la parte più avanzata della società culturale meridionale. Un vero e proprio paradosso, un vero e proprio spreco di cervelli. Quei giovani che hanno acquisito, grazie al processo formativo, le migliori competenze per sviluppare e concretizzare il proprio futuro, e quindi quello dei luoghi dove vivono, oggi, per il perverso meccanismo che vede proprio nel mezzogiorno la presenza di una classe dirigente abbondantemente al di sopra dei 50anni, vedono letteralmente bloccato il proprio ingresso nella gestione del presente e nella costruzione del futuro.