Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Questo senso di umiltà deviato.

di Lorenzo Peluso.

Il non essere e l’essere. Il dubbio e la necessità di capire. Spesso ci capita di interrogarci sul concetto stesso dell’essere e dunque dell’agire. Viviamo nel Cilento, la terra di Parmedide. Questo magari ci può aiutare a comprendere. Per il filosofo Parmenide l’Essere è puro;  dunque ha un senso compiuto anche il concetto del non-Essere. Bene. Allora mi sarà consentito riflettere su questo mutuando al ragionamento anche l’essenza del concetto di umiltà. Cosa è umile? Chi è l’umile?  Esiste la falsa umiltà? Intanto credo si necessario chiarire che l’umiltà non può essere confusa con l’unicità. Umiltà non significa certo non esporsi, non mostrare la propria capacità, il proprio talento. Insomma essere umile non significa affatto nascondere il proprio Essere magari per paura di non essere umile. Ritengo infatti che il nascondere il proprio Essere e le proprie potenzialità è certo un atteggiamento che non ha nulla a che vedere con l’umiltà. Umiltà certo significa saper ricevere. Ricevere, accogliere dall’altro, dunque apprendere, migliorarsi, crescere. Dunque, se questo è vero, possiamo affermare che è certo segno di scarsa umiltà l’incapacità di ‘saper ricevere’ dall’altro. Può servire a poco rimandare tutto il nostro Essere alla radice modesta ed umile della nostra storia se poi la storia dimostra che da quella umiltà non abbiamo saputo attingere l’essenza preziosa del sapersi chinare per raccogliere. Umiltà infatti nella sua etimologia latina humus, dunque terra, quindi humilis, ossia : umile è colui il quale proviene dalla terra. E’ certo umile colui che si piega per raccogliere dalla terra. Il chinarsi, il raccogliere e dunque l’attingere. Umiltà è certo saper accettare che il chinarsi per raccogliere ciò che mi manca, mi avvicina alla terra, quindi ad un altro uomo, diverso da me, da cui posso certo attingere, dal quale posso apprendere. Si è umili se nel nostro fare quotidiano siamo propensi all’apprendere, al riconoscere le virtù dell’altro e se siamo capaci di chinarci per prendere dall’altro. Viceversa, credo sia chiaro, che ostentare l’umiltà senza però agire in tal senso, promuove un comportamento sociale deviato che nasconde dietro il riaffermare la propria umiltà una meccanismo di difesa contro le proprie frustrazioni. Ostentare umiltà è solo l’illusione di poter difendere il proprio Essere dalla paura che gli altri possano accorgersi dell’incapacità che noi stessi abbiamo avuto nel non saper sfruttare le nostre qualità uniche e dunque non siamo stati capaci di apprendere, di chinarci, di raccogliere. Ancor più grave, infine, credo sia l’atteggiamento dell’umile che spinge con forza la società che lo circonda al non migliorarsi perché magari se tutti rimangono nella media, lui stesso non potrà mortificarsi se poi qualcuno dovesse invece emergere e quindi apparire agli occhi degli altri come migliore di me. Ecco quindi cosa si nasconde nei meandri del buonismo dell’umile che viceversa non lo è per nulla. La paura dell’Essere. Una paura nascosta dall’ostentare umiltà, una paura che viene placata nel pretendere umiltà. Occorre invece mostrarsi. Occorre necessariamente evidenziare la nostra individualità dell’Essere offrendo, allo stesso tempo, all’altro la possibilità di attingere. Occorre piegarsi per raccogliere, sempre e ovunque. Occorre riconoscere i pregi e le virtù dell’altro perché è dall’altro che possiamo apprendere, dunque crescere e divenire umili. Le capacità ed il talento dell’altro, se reso utile alla collettività rende il servizio più umile che l’umile può fare, a se stesso ed alla società in cui vive. Esaltare il pregio ed imparare dall’altro non è una sconfitta per se stessi ma è la più grande vittoria culturale che ognuno di noi può regalare alla propria esistenza.