Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Quello che non vediamo e forse fingiamo di non vedere

di Lorenzo Peluso

Quello che non vediamo e forse fingiamo di non vedere, è lo specchio di una società malata che è parte integrante del nostro vivere, nessuno escluso. Ci sono mali endemici del quotidiano che assumono il tratto dell’emergenza sanitaria, ma anche sociale e legale, che sfuggono ad ogni principio del vivere nel solco della normalità. Dunque troppo spesso siamo immersi, noi stessi, nel profondo disagio che vive parte della nostra società malata al punto che l’irresponsabile anormalità del tutto diviene normale. Così poi noi altri non vediamo; non capiamo. Se capiamo fingiamo di non vedere e non comprendere. Si badi bene, non è un problema dei singoli, anche se poi è il singolo che ne deve affrontare le responsabilità, ma le conseguenze rimangono un problema di collettività per tutte le inevitabili ripercussioni che i mali endemici producono sul tessuto sociale. Parliamo di droghe, di sostanze stupefacenti. Per dare una dimensione del problema in Italia, oltre le ben note cronache giudiziarie, è opportuno fare riferimento a dati ufficiali. Secondo l’Emcdda (Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze)  un’Agenzia dell’Unione Europea, la questione droga rischia, per le sue dimensioni, di sfuggire completamente al controllo del sistema sociale. Il report  European Drug Report 2019, contiene dati e statistiche sul consumo di stupefacenti nei 28 Paesi europei, oltre che Norvegia e Turchia. Per quanto attiene l’Italia, in base alle rilevazioni relative al 2017 (l’anno più recente per cui sono disponibili i dati) un terzo della popolazione italiana (età 15-64 anni) ha fatto uso di droga almeno una volta nella sua vita; drammatico poi il dato secondo il quale un decimo della popolazione italiana ne ha fatto uso nell’ultimo anno. Il report evidenzia come la droga più consumata è la cannabis. In sostanza i dati affermano che una persona su dieci ne ha fatto uso almeno una volta nell’ultimo anno. Lo studio poi riferisce che l’uso di cocaina, oppioidi e spice (cannabinoidi sintetici) sia nettamente inferiore. In realtà, ad analizzare i dati emerge che la cocaina è stata provata almeno una volta nella vita dal 6,9 per cento della popolazione ricompresa tra i 15-64 anni. Con questo dato l’Italia si posiziona quarta su trenta Stati (i 28 Ue più Norvegia e Turchia), dietro a Regno Unito (10,7 per cento), Spagna (10,3 per cento) e Irlanda (7,8 per cento). La media Ue è del 5,4 per cento. Nell’ultimo anno, un italiano su cento ha fatto uso di cocaina. La percentuale tra i giovani adulti (15-34 anni) sale all’1,7 per cento. Interessante, per comprendere il fenomeno è l’analisi delle fasce d’età. Il segmento dove il consumo è maggiore è quello tra i 25-34 anni, con il 2,2 per cento, seguito dalla fascia d’età ricompresa tra i 35-44, con l’1,9 per cento. I più giovani, 15-24 anni, presentano un dato in linea con quello dell’intera popolazione, pari all’1,2 per cento. Sono numeri impressionanti, lo dicono le percentuali. Insomma, per capirci, in un comune di tremila abitanti, ci sono almeno trenta consumatori di cocaina. Vivono in mezzo a noi, mariti, padri, fratelli, figli, commercianti, imprenditori, studenti, operai, professionisti. Gente comune, con i quali noi viviamo quotidianamente, che celano questo lato oscuro del loro vivere. Non è, sia chiaro, una questione di vita privata, perché in realtà lo è fino a quando il tutto rimane nell’ambito del proprio vivere. Il problema è che la dinamica dell’uso e consumo di droghe è parte integrante del vivere sociale. Mi spiego meglio. Raramente il consumo di droga avviene in solitudine, anzi è parte di un rito che accomuna persone che hanno lo stesso problema, non riconosciuto come tale, ma che viceversa viene percepito dalle stesse persone come un fenomeno rituale di un determinato ambiente, clan, gruppo di persone. Il loro agire sfugge alle dinamiche del vivere comune, perché nel mentre si sforzano per fare nella normalità ciò che fanno. Il lavoro, le relazioni sociali e famigliari, con un metodo quasi maniacale si confondono nel vivere quotidiano, nel mentre continuano ad alimentare il loro vivere fatto comunque di consumo di droga. Da qui la responsabilità collettiva del non voler o non saper vedere. Il problema è molto più importante di quanto si possa immaginare. Basti pensare che l’ultimo rapporto dell’agenzia delle Nazioni Unite  parla di 271 milioni di persone che hanno fatto uso di droghe nell’ultimo anno analizzato. È coinvolto il 5,5% della popolazione tra i 15 e i 64 anni. Un dato che rispetto al 2009 mostra un aumento del 30% a fronte di una crescita della popolazione mondiale nello stesso periodo del 9,77%. Con l’aumento del consumo di droghe, è di conseguenza cresciuto il numero delle persone che soffrono di gravi disturbi di salute: in dieci anni si è passati da 30,5 milioni a 35 milioni. Purtroppo è un quadro parziale, perché ancora oggi la metà dei Paesi al mondo non monitora la diffusione delle droghe sul proprio territorio. I dati dell’Agenzia per la lotta alla droga mostrano un crescente uso di oppioidi in Africa, Asia, Europa e Nord America; il boom della cocaina, la tenuta costante della cannabis, che rimane la droga più usata, ai quali si aggiunge la continua invenzione di devastanti nuove droghe sintetiche. Si muore anche di più. I decessi totali per droga nel mondo nel 2017 sono stati 585mila: più 30% rispetto ai 450mila del 2015. Di droga si muore, sempre. Quando non si muore, si vive male, nella finzione, nella menzogna; nella dipendenza.