Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Quello che non sappiamo su ciò che accade nella regione del Kurdistan iracheno

di Lorenzo Peluso

Dunque, anche gli italiani nel mirino dell’isis; cosa normale. Tuttavia è necessario ricostruire lo stato delle cose, ora che lo Stato islamico ha perso il suo leader, Abu Bakr al Baghdadi, ucciso meno di tre settimane fa grazie ad un’operazione delle forze speciali americane nel nord-ovest della Siria. Come la storia recente ci ha insegnato, il colpo di coda degli jihadisti si manifesta sempre, in modo eclatante, dopo una sconfitta sul campo. L’area di maggiore pericolo ora, dopo l’occupazione dei turchi nel nord della Siria, è ancora una volta il nord dell’Iraq, la regione del Kurdistan iracheno, dove operano i militari italiani da oltre due anni. Ora più che mai, la presenza dell’Isis è meno visibile, cellule nascoste che operano nei villaggi iracheni sfruttando i vuoti di potere della regione, profondamente instabile. L’attacco ai militari italiani, sinceramente non credo fosse programmato, anche perché, chi mastica un po’ della materia, conosce bene i meccanismi degli EID, esplosivi improvvisati, lasciati sul terreno, che possono colpire chiunque ed in ogni momento. Non a caso, solo la causa di numerosissimi ferimenti di bambini ed anche della morte. Dunque un attentato, dove sono rimasti feriti cinque militari italiani, ma che è difficile pensare fossero l’obiettivo. Ne è dimostrazione anche il luogo, l’esplosione è avvenuto nella provincia di Kirkuk, circa 250 chilometri a nord di Baghdad. Si tratta di una delle aree tuttora contese tra le autorità federali e quelle regionali del Kurdistan iracheno. Più plausibile pensare che l’obiettivo fossero autorità irachene, o magari membri del parlamento regionale kurdo. Chiaro è che la macchina della propaganda jihadista ha immediatamente approfittato dell’accaduto.”I soldati del califfato hanno ferito otto membri delle forze della Coalizione crociata ed esponenti dei pesmherga”. “I soldati del califfato hanno colpito un mezzo blindato 4×4 con a bordo membri delle forze della colazione internazionale crociata e dell’antiterrorismo dei peshmerga nella zona di Qurajai, a nord di Kufri, tramite l’esplosione di un ordigno piazzato sul terreno”, si legge nella nota di rivendicazione Isis. In realtà, quello che è giusto sapere è che la zona del Kurdistan iracheno ha subito un’accelerazione nel processo di instabilità dopo il settembre del 2017, quando un referendum sull’indipendenza della regione era stato promosso dall’allora presidente curdo Massoud Barzani, referendum giudicato illegale dal governo di Baghdad. I curdi speravano nelle promesse fatte dalla coalizione internazionale che, a fronte dell’impegno curdo nella lotta all’Isis, si erano impegnate a favorire il processo di indipendenza con il riconoscimento della comunità internazionale dello stato curdo. Promesse disattese. Non solo, ma già il 16 ottobre del 2017 l’esercito iracheno e le milizie a maggioranza sciita delle Unità di mobilitazione popolare (Pmu) attaccavano pesantemente la città di Kirkuk espellendo poi i combattenti curdi Peshmerga che controllavano la città dal 2014. La situazione rimane preoccupante nell’area, area dove operano i militari italiani. I curdi iracheni vorrebbero che Kirkuk tornasse sotto il controllo dei Peshmerga e la giurisdizione della regione autonoma. Nel mentre la comunità araba e quella turcomanna si oppongono. Già a gennaio di quest’anno si è sfiorata una nuova crisi quando l’Upk, (l’Unione patriottica del Kurdistan), che è la seconda forza politica regionale aveva  ha issato sulla propria sede la bandiera del Kurdistan, che in città non sventolava da un anno e mezzo. L’invio da parte di Baghdad delle forze speciali a Kirkuk aveva placato la protesta. Inutile ricordare che sono gli interessi economici, legati al petrolio, il vero affare della regione. Lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi dell’area e la ripartizione dei proventi derivanti dall’esportazione di greggio dai territori curdi verso il porto turco di Ceyhan sono irrinunciabili per Baghdad. In questo contesto, così complicato, gli jihadisti hanno avuto vita facile. Questo è lo scenario dove operano i militari italiani della coalizione, al fianco dei peschmerga curdi in un con testo internazionale che vede la stessa coalizione aver lasciato al proprio destino quelli che una volta erano gli amici curdi. Se non ammettiamo questo, non possiamo comprendere cosa accade nel nord dell’Iraq.