Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Quel ragazzo speciale che fa amare la chiesa ai giovani.

di Lorenzo Peluso.

don ivan sarto

Mi ha molto appassionato la lettura, di recente, di un documento dell’Azione Cattolica, a firma di Paola Bignardi, dal tema: Il prete e i giovani. Un’articolata riflessione di Bignardi che parte  da una serie di interrogativi: Chi è il prete per un giovane? L’amico, il confidente, il confessore, il compagnone? È tutto questo, e anche di più. Ma per quali e quanti giovani?  Quanti sono oggi i giovani che hanno una qualche familiarità con un prete? E quanti giovani non ne hanno nessuno, nel giro delle loro conoscenze? Una serie di interrogativi per i quali poi Bignardi prova a dare delle risposte. Leggendo questo testo, è chiaro, si apre un’intensa riflessione sull’attualità del contesto sociale, soprattutto nelle piccole comunità, sempre avare di punti di riferimento e di modelli, innanzitutto per i più giovani. A confortare questa riflessione anche i dati riportati nell’analisi di Bignardi. “Rispetto al 2004 diminuisce la quota di giovani che si definiscono cristiani cattolici, ora poco più del 50% Dal punto di vista della fede, i giovani sono caratterizzati soprattutto dal fatto di “non avere antenne per Dio”, come afferma don Armando Matteo nel suo libro La prima generazione incredula. Dunque l’interrogativo è certo: di chi è la responsabilità? Poi, segue di conseguenza: cosa accadrà in futuro? Insomma, nulla di buono sembra presentarsi nell’orizzonte sociale di una comunità dove, tra le diverse agenzie, così vengono chiamate, con ruolo educativo, viene meno quella della chiesa, del cattolicesimo. La responsabilità è certo, innanzitutto, di chi quei giovani non li va a cercare. Non fa nulla per incontrarli, per ascoltarli, per accoglierli. Credo, la responsabilità sia certo di chi non interpreta la missione del parroco come servizio, ma solo come un mestiere. Non sfugge però a nessuno che questa è una tendenza che appartiene a singoli, per fortuna, e non a tutti i servitori “del Signore”.  Mi conforta, in questo mio ragionamento, il ricordo di padre Ivan. Lo incontrai per caso, in verità. L’estate di qualche anno fa, una rimpatriata tra amici nel piccolo borgo cilentano di Caselle in Pittari, nel basso salernitano, mi diede l’occasione di osservare un giovane parroco, seduto dinanzi ad un bar, circondato da decine di giovani e persino alcuni adulti. Discutevano, animatamente di calcio. Si confrontavano tra uno sfottò e l’altro, sulla passione che quei giovani mostravano avere per lo sport. Lui, sorridente e provocatore, anche, teneva banco, con il suo articolato ragionamento in merito ad una partita di calcio. Un saluto cordiale, la stretta di mano, una breve presentazione. Qualche giorno dopo, ancora a Caselle in Pittari, insieme a degli amici, ritrovai ancora lui, quel giovane parroco. Questa volta si intratteneva con alcune decine di giovani, proprio dinanzi la chiesa del paese dove aveva appena celebrato messa. Chiesi al mio amico Dino: ma sta’ sempre in mezzo ai ragazzi questo prete? Dino, candidamente, mi rispose che da quando era arrivato quel giovane parroco, incredibilmente, nel giro di poco tempo, tanti ragazzi frequentavano la chiesa, andando persino a messa. Non nascondo il mio stupore. Mi incuriosiva sempre più quel ragazzetto, che davvero nulla aveva da spartire con la figura austera di un prete. Nei mesi a venire ebbi modo di approfondire la conoscenza di quel giovane parroco. La sera lo trovavi di certo seduto dinanzi al bar a discutere con tutti. Sempre circondato da persone, soprattutto tanti ragazzi, non disdegnava di giocare a carte, nel mentre però tentava di diffondere con chiarezza messaggi, esempi, valori, provocazioni. Nella memoria collettiva, oggi come allora, la figura di quel padre Ivan, nel frattempo trasferito in altra parrocchia, rimane indelebile quel suo approccio al dialogo, al confronto, all’esempio. Accadde finanche, alla notizia del suo trasferimento, che un centinaio di giovani, ma anche famiglie ed anziani, contestarono con forza quella decisione assunta dal Vescovo, di privare la loro comunità, di un sacerdote che in poco tempo era riuscito a farsi amare da tutti, ma proprio tutti. Il tempo scorre, anche velocemente. Dopo qualche anno, circa due, mi capitò per lavoro di recarmi in un paesino degli Alburni. Ricordavo che proprio li era stato inviato don Ivan nella sua missione pastorale. Un piccolo borgo, delle aree interne, persino isolato. Arrivato in piazza, ricordo, di aver trovato due donne anziane, sedute su una panchina. Mi avvicinai e chiesi loro informazioni su quel parroco. Dov’era, se era ancora li. La risposta, all’unisono delle due signore, mi lasciò senza parole: lo trova in canonica, a quest’ora di sicuro sta giocando con i ragazzi. Non nascondo che preso dalla curiosità, mi precipitai quasi verso la chiesa e la canonica per sincerarmi che quello che avevo appena ascoltato fosse la verità; quasi incredulo. Lo ammetto. Si. Era li. In mezzo a quei ragazzi che lo circondavano e lo ascoltavano, lo sfottevano e si facevano sfottere da quel prete ragazzino. Ricordo che ci abbracciammo. Poi una lunga chiacchierata da vecchi amici. Mi raccontò quei primi mesi in quella nuova comunità dove aveva trovato il nulla. Quattro anziane a frequentare la chiesa e la messa. L’isolamento di quella piccola comunità. L’energia che aveva trovato in quei ragazzi ma anche in quelle famiglie che lo adoravano, se possibile, ancor più di quelle che aveva lasciato a Caselle in Pittari. Quello che però mi colpì davvero fu il suonare delle campane; il richiamo in chiesa per la messa, quella della sera. Mi lasciò velocemente ed affettuosamente: ci troviamo presto, vienimi a trovare. Così mi disse. Si allontanò velocemente, gli avevo fatto perdere la cognizione del tempo. Preso quasi dal rimorso di averlo distratto, prima di rimontare sulla mia macchina, mi avvicinai all’uscio della chiesa. Entrai in silenzio. La messa stava iniziando. La chiesa era gremita; piena. I giovani cantavano la lode al Signore accompagnati dal suono dell’organo. Una chiesa piena di giovani. Anche li. Anche in quel piccolo borgo degli Alburni. Ecco, forse è questa la risposta più giusta alle riflessioni di Paola Bignardi: Il prete e i giovani.