Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Quel che Charles Bukowski non ha voluto capire.

di Lorenzo Peluso.

Le parole hanno sempre un senso profondo. Guai a non considerarle come una lama affilata che può sventrare, in un attimo, anche il più possente e solido dei corpi. Le parole, così come la lama tagliente, incidono in un attimo la pelle, anche quella dura, cotta dal sole e consumata dal tempo. Dunque come non considerare “orrenda” la poesia di Charles Bukowski: “Ed io ti penso ma non ti cerco”. Alcuni la definiscono una bellissima poesia. Scorrendo tra le parole, certo, si scorge la bellezza del descrivere, del poetare. In realtà però, a coglierne il senso, ad analizzarla a fondo e magari, provare a ribaltare il senso di tutte le cose, guardando il mondo da una prospettiva diversa, allora ne risulta una poesia “orrenda”. E’ il significato stesso di quelle parole che la rendono tale.  Si può infatti essere coscientemente e consapevolmente desiderosi di una persona, pensandola, intensamente al punto da non cercarla? Un paradigma questo, che non può trovare altre spiegazioni, se non nella “crudeltà” di un vivere senza coraggio. E dunque, se il vivere è una condizione data, così come lo è, non c’è dubbio alcuno, perché mai allora rifuggire dal cercare? Non cercare è forse di per sé l’ammissione con se stessi del non volere? Oppure, non cercare è solo la sconfitta interiore dell’animo che si arrende alla consapevole insufficienza del non saper vivere? Comunque la si guardi, la vicenda è complessa di suo. Bukowski si contraddice, si inerpica su un sentiero sconnesso e pericoloso quando afferma: “Non ho smesso di pensarti, vorrei tanto dirtelo. Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,che mi manchi  e che ti penso. Ma non ti cerco”. Poi aggiunge, in modo anche stucchevole: “Non ti scrivo neppure ciao. Non so come stai. E mi manca saperlo”. Si, è scritta bene questa poesia. Ma è orrenda, nella sua natura. Verrebbe da dire: no, non cercarmi, anzi, sai cosa ti dico: non pensarmi neppure.  Quello che apprezzo invece di Bukowski è un altro suo pensiero: “Capiscimi. Non sono come un mondo ordinario. Ho la mia pazzia, vivo in un’altra dimensione e non ho tempo per le cose che non hanno un’anima.” Ecco, a capirla la vita si fa fatica, davvero. Intanto il tempo scorre. Ne rimane il senso stesso delle parole. mi raccomando, guai a non considerarle una lama affilata e tagliente. Lo sono per la loro natura. Ecco, poi mi vien da pensare al perchè, lui stesso ha scelto che sulla sua lapide fosse riportyata questa frase: “Henry Charles Bukowski – Hank – Don’t Try – 1920-1994”, e sotto appare l’incisione raffigurante un pugile. La scritta “Don’t Try” , Non provare,  è una frase riportata in una delle sue poesie. In realtà  Bukowski spiega questa frase in una lettera del 1963. « Qualcuno in uno di questi posti… mi chiese: “Cosa fai? Come scrivi, come crei?” Non lo fai, gli dissi. Non provi. È molto importante: non provare, né per le Cadillac, né per la creazione o per l’immortalità. Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po’. È come un insetto in cima al muro. Aspetti che venga verso di te. Quando si avvicina abbastanza, lo raggiungi, lo schiacci e lo uccidi. O se ti piace il suo aspetto ne fai un animale domestico. » E’ la nostra natura dunque. La natura dell’uomo: pensare e non cercare, per il solo gusto di non farlo.