Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Quattro chiacchiere con Ciriaco De Mita. “Ho letto il presente per cambiare il futuro”.

di Lorenzo Peluso.

Un incontro straordinario con la storia politica del nostro Paese. Luigi Ciriaco De Mita, classe 1928. L’uomo politico più influente ed autorevole che il sud abbia mai avuto.  Già  Presidente del Consiglio, più volte ministro e dal 26 maggio 2014 sindaco di Nusco, suo paese natale, nell’avellinese. Un viaggio nel tempo, tra i ricordi di un Paese diverso, tra le memorie della vecchia Balena Bianca. De Mita ha tatto la storia d’Italia, raggiunse l’apice del potere politico negli anni ottanta quando fu Presidente del Consiglio dei Ministri. Un ruolo di primissima importanza lo ebbe anche come segretario nazionale e poi presidente della Democrazia Cristiana e quattro volte come ministro. Deputato dal 1963 al 1994 e dal 1996 al 2008 ed eurodeputato dal 1999 al 2004. Contemporaneamente deputato ed eurodeputato. Soprannominato criticamente il padrino della DC e l’uomo del doppio incarico (segretario della DC e presidente del Consiglio). Tra i principali esponenti della cosiddetta Prima Repubblica, ha avuto indirettamente una forte influenza su tutta la vita politica degli anni successivi. Fu De Mita a nominare Romano Prodi suo consigliere economico e poi presidente dell’IRI, dando inizio alla sua carriera politica. Sempre a De Mita si deve l’impegno in politica di Sergio Mattarella, oggi Presidente della Repubblica. Ha raccolto i suoi ricordi in “La storia d’Italia non è finita” pubblicato da Guida editori. De Mita fissa un punto imprecisato del tempo dove pare che il nostro Paese sia entrato in un’altra storia, in cui occorre immaginare coordinate di senso differenti da quelle del passato. Per farlo, Ciriaco De Mita muove da tre domande. La prima riguarda l’esistenza o meno di un punto critico a partire dal quale la nostra vicenda sarebbe diventata il fantasma di se stessa: esiste questo punto o è solo una bella immagine per indicare una cosa diversa, il cui significato va ricercato su un altro piano? La seconda domanda consiste nel tentativo di ri-vivere la storia d’Italia, che non significa raccontarla ma chiamarla in causa e, insieme, liberarla dagli stereotipi. La terza, più che una domanda, è la scommessa che la storia possa essere pensata, e quindi oltrepassata, in direzione del futuro. A queste domande il presidente De Mita dà una risposta da cui sarà inevitabile per chiunque partire, se intende ancora riflettere e cercare di capire. Lo sguardo di De Mita si rivolge alle due coordinate del nostro tempo. In primo luogo, lo sguardo rivolto a ciò che è accaduto e a quel che sta accadendo si sofferma su di una società che non è più pensabile come un insieme coerente di parti, come un tutto omogeneo o comunque riconducibile ad unità. Una “società senza rappresentanza” in cui, scomparsi i partiti storici, non solo non si riesce a rispondere alle diverse spinte e articolazioni, alle sollecitazioni di spazi di autonomia, di partecipazione, in una parola, di libertà, ma si fatica a tracciare i quadri interpretativi entro cui la trasformazione va pensata perché possa essere superata. In secondo luogo, lo sguardo rivolto al futuro che vede, invece, la possibilità di una società che si raccoglie e cresce intorno al fuoco delle comunità, cioè di realtà che, da un lato, sono la creta in cui si forma e si consolida la memoria e, dall’altro, trattandosi di una memoria che è utopia e immagine del futuro, possono offrire agli uomini di questo tempo mobile i punti fermi entro cui organizzare la propria nuova storia. Anche i tanti personaggi – da De Gasperi a Moro, da Sturzo a Berlinguer – più che narrati, sono originalmente rivissuti dal ricordo affettuoso ed analitico di De Mita, così che cessano di essere ombre incerte sulla scena del ricordo collettivo, quasi fantasmi che sfuggono alla mente, e diventano i testimoni di un’eco: la storia d’Italia non è finita, la luce dell’intelligenza è ancora accesa. Insomma, incontrare De Mita è viaggiare nel tempo, ma si badi bene, non solo nel passato, anzi, chiacchierare con lui è come aprire una porta socchiusa sul futuro. L’Italia che sarà, quella che certamente dovrà sforzarsi di essere, per riconquistare il tempo perduto. Dai suo aneddoti, dai suoi ricordi, il senso dell’impegno, urgente, necessario, che si deve impiegare, già da oggi, per dare futuro ad un Paese “spaventato” smarrito che sono riscoprendo la sua radice, potrà costruire il domani.