Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Prove di dialogo tra Kosovo e Serbia. L’analisi di Michael L. Giffoni per ISPI.

di Michael L. Giffoni diplomatico, già Capo della Task-force per i Balcani dell’Alto Rappresentante per la Politica estera Ue

Il problema è capirsi. Oppure nessuno può capire nessuno: ogni merlo crede d’aver messo nel fischio un significato fondamentale per lui, ma che solo lui intende; l’altro gli ribatte qualcosa che non ha relazione con quello che lui ha detto; è un dialogo tra sordi, una conversazione senza né capo né coda. Ma i dialoghi umani sono forse qualcosa di diverso?” Questa suggestiva immagine di Italo Calvino (tratta da “Palomar”) è venuta spesso in mente a chi ha seguito le vicende di un esercizio definito sin dall’inizio, nel 2011, come essenziale sia per la normalizzazione del Kosovo, indipendente dal 2008 ma senza piena legittimazione internazionale (poiché riconosciuto solo da un centinaio di paesi) e dei suoi rapporti con la Serbia (che con il suo mancato riconoscimento ne blocca tale piena legittimazione), sia per le prospettive di avvicinamento e adesione dei due paesi all’Unione Europea sia infine per la stabilizzazione dell’intera regione dei Balcani Occidentali. Non a caso, il paragone con il dialogo tra merli appare ancora suggestivo se si pensa che proprio alla leggendaria battaglia della “Piana dei Merli” (28 giugno 1389) la mitologia balcanica fa risalire, tra altre secolari dinamiche che hanno caratterizzato l’area, l’irriducibile ostilità tra serbi e albanesi per il controllo del territorio kosovaro. Il fatto è che proprio il dialogo tra Pristina e Belgrado mediato da Bruxelles è stato un valido esempio di dialogo tra sordi, sin dai suoi promettenti esordi a livello tecnico, attraverso una fase esaltante che portò nel 2013 alla firma dell’Accordo di Bruxelles con la mediazione dell’allora Alto Rappresentante UE Catherine Ashton definito prematuramente “storico” poiché nessuna delle sue disposizioni principali ha avuto attuazione, per giungere a quella che era sembrata la sua morte: ciò avvenne nel novembre 2018 quando, per replicare all’offensiva diplomatica serba contro l’adesione del Kosovo all’Interpol e al Consiglio d’Europa, l’allora premier Ramush Haradinaj decretò l’imposizione di un dazio del 100% per tutte le merci provenienti dalla Serbia (e dalla Bosnia-Erzegovina, l’altro paese post-jugoslavo che non riconosce il Kosovo).

Negli ultimi mesi si sono però riaccese le speranze di “resurrezione” dell’esercizio in cui sembrava non credesse più nessuno, nonostante la sua auspicata ripresa fosse ripetuta quasi automaticamente in tutte le dichiarazioni ufficiali provenienti sia da Bruxelles e Washington sia anche da Belgrado e Pristina, condizionata nel primo caso dalla richiesta serba di abolizione della tariffa daziaria e nel secondo dalla richiesta kosovara di cessazione della campagna diplomatica serba contro la sua partecipazione alle organizzazioni internazionali. Ad aprire le danze era stato il rinnovato attivismo diplomatico statunitense nell’area balcanica e la mossa del presidente Donald Trump di affidare al suo fidatissimo Ambasciatore a Berlino Richard Grenell l’incarico di “Inviato Speciale per il dialogo tra Serbia e Kosovo”. È probabile che tale attivismo non fosse dovuto a un’effettiva e articolata strategia per l’area balcanica, decisamente fuori dall’agenda di politica estera trumpiana, ma solo alla spasmodica ricerca di “The Donald” di un successo in politica internazionale in vista delle elezioni presidenziali (prima ovviamente che l’emergenza della pandemia globale scombussolasse tutti i piani).

È tuttavia innegabile che il rilancio a massimo livello del dialogo e la volontà di finalizzarlo presto abbiano innescato un positivo meccanismo: del resto, sin dalle prime dichiarazioni, Grenell, oltre a sollecitare veementemente Pristina ad abolire il dazio, aveva espresso l’obiettivo di raggiungere un “accordo definitivo” entro novembre 2020 e aveva finalizzato alcune intese, pur simboliche e non attuabili sul terreno, sulla riapertura dei collegamenti aerei e ferroviari tra i due paesi. L’impressione però è che si sia aperto, invece che un fattivo “pre-dialogo”, un dannoso e dissonante concerto tra le varie individualità coinvolte e tra gli stessi mediatori internazionali. Il fattore principale a Pristina è stato l’inaspettato cambio di atteggiamento nei confronti del dialogo da parte del nuovo primo ministro, Albin Kurti, giunto al culmine del suo tortuoso percorso politico fatto di attivismo per i diritti della maggioranza albanese repressa dal tallone di ferro di Slobodan Milosevic (che gli costò una dura detenzione nelle carceri speciali serbe), fino all’affermazione come leader indiscusso del movimento-partito, “Vetevendosje” (Autodeterminazione), che ha rappresentato per un quindicennio l’ala radical-nazionalista più dura e talvolta violenta del panorama politico kosovaro, ostile a ogni forma di ingerenza straniera e favorevole all’unificazione con l’Albania. Il capolavoro politico di Kurti è stato il successo alle elezioni politiche delle scorso novembre che hanno visto Vetevendosje affermarsi come partito di maggioranza relativa sconfiggendo il PDK dello storico rivale ed ex premier Hashim Thaci, ora presidente della repubblica. Vinte le elezioni sulla base di una piattaforma riformista e progressista in campo sociale ed economico e ridimensionando l’obiettivo della riunificazione, Kurti il 3 febbraio ha potuto giurare come primo ministro sulla bandiera che per anni aveva rifiutato, pur dopo un estenuante negoziato con i post-rugoviani dell’LDK per la creazione della coalizione e la spartizione delle cariche istituzionali.

Fatto sta che Kurti, per decenni irriducibile nemico di ogni forma di dialogo con la Serbia, dopo la vittoria elettorale ha ammesso che esso rappresenta l’unica strada per la legittimazione del Kosovo e di essere pronto ad impegnarsi personalmente per la sua ripresa, a patto che a condurlo fosse lui e non l’odiato Thaci (che finora ha sempre rappresentato il Kosovo) e che si svolgesse sulla base del principio della piena reciprocità. Ha poi compiuto da premier un passo concreto con la proposta di abolizione, solo graduale e in due tempi, del dazio della discordia, che ha però scatenato reazioni opposte a Pristina e a Belgrado, nonché iniziative scoordinate a Washington e a Bruxelles che hanno prodotto un poco promettente concerto disarmonico di voci. A Pristina solo Vetevendosje ha sostenuto la proposta del suo leader, mentre l’LDK, essenziale per ogni maggioranza parlamentare, ha rifiutato la proposta di Kurti proponendo di voler invece aderire alla persistente richiesta di Grenell di abolire subito e integralmente il dazio. Stessa posizione di Thaci che, vistosi sfidato da Kurti in quello che riteneva un campo riservato, condotto spesso in passato da lui e dall’omologo serbo Aleksandar Vucic in maniera personalistica, ha pensato di giocare la carta del suo ventennale rapporto privilegiato con Washington, di cui è stato “our man in Pristina” sin dalla conferenza di Rambouillet del 1998. È quindi volato nella capitale statunitense dove ha incontrato Vucic alla presenza di Grenell in un incontro sul cui contenuto si sono scatenate le ipotesi più disparate: Kurti ha accusato Thaci di alto tradimento dichiarando di avere le prove che i due avrebbero firmato alla Casa Bianca un accordo segreto che fisserebbe già l’esito finale del dialogo con il famigerato “scambio di territori” (tra la valle del Preshevo in Serbia meridionale e le municipalità a stragrande maggioranza serba del nord del Kosovo), per anni lo spauracchio di molti a Pristina, Belgrado e non solo.

Kurti ha aggiunto di ritenersi il solo legittimato dal consenso popolare a condurre i colloqui con Belgrado sotto mediazione dell’Unione Europea e con l’assistenza di Washington, mentre Thaci ha ribadito la sua fiducia nei soli Stati Uniti sferrando un durissimo attacco all’Unione Europea, colpevole di non aver concesso l’agognata liberalizzazione dei visti (il Kosovo è l’unico pese dei Balcani Occidentali i cui cittadini hanno necessità del visto per l’ingresso nell’area Schengen) e concludendo che l’UE potrà riprendere la sua mediazione solo dopo aver concesso la liberalizzazione. Da Bruxelles, intanto, l’Alto Rappresentante Josep Borrell aveva subito espresso, suscitando sconcerto e irritazione a Washington, una pur cauta approvazione per la proposta di Kurti di abolizione solo graduale del dazio. Inoltre, l’ex ministro degli Esteri spagnolo aveva anticipato la proposta di nominare un Rappresentante Speciale per i Balcani e per il Dialogo tra Serbia e Kosovo, l’ex ministro degli Esteri slovacco Miroslav Lajcak, suscitando un coro di critiche a Pristina, dalla perplessità di Kurti alla reazione furiosa di Thaci. Pur riconoscendo la solida competenza euro-balcanica di Lajcak, il fatto che Borrell, che proviene da uno dei cinque paesi dell’UE che non riconoscono il Kosovo, affidi la mediazione a un alto funzionario di un altro paese “not recogniser” è sembrato poco giusti ai kosovari, e non solo a loro. Tutte queste schermaglie non depongono bene per l’effettiva riapertura di un dialogo efficace per la normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Pristina, ancora considerata condizione essenziale per la stabilizzazione e la prospettiva europea dell’intera regione. A ciò si aggiunga il fattore elettorale a Belgrado, dove sono previste, coronavirus permettendo, le elezioni politiche per il prossimo 26 aprile e dove tutti i partiti eviteranno qualsiasi posizione morbida nei confronti di Pristina senza che quest’ultima abolisca integralmente il dazio (come tra l’altro richiesto anche dalla maggioranza degli imprenditori e commercianti kosovari per ridurne l’effetto “boomerang” sulla debole economia del più giovane stato europeo). Resta qualche spiraglio di speranza, legato a un definitivo chiarimento a Pristina tra Kurti e Thaci – che almeno porti alla abolizione integrale del dazio – all’effettiva applicazione da parte di entrambe le capitali della necessità delle intese tecniche rimaste sulla carta negli anni scorsi e alla definizione di un perimetro di temi concreti di discussione. Questa dovrà passare per la finalizzazione di accordi essenziali in campo economico e sociale, per l’accettazione da parte di Pristina di un effettivo sistema di autonomia per la minoranza serba in Kosovo accompagnata dalla parallela accettazione da parte serba di una maggiore legittimazione internazionale del Kosovo con la sua partecipazione alle principali organizzazioni internazionali, escludendo una volta per tutte lo scambio di territori, una falsa soluzione di cui chiunque abbia operato nei Balcani intuisce i pericoli che scatenerebbe aprendo il “vaso di Pandora” dei cambiamenti di frontiere nei paesi post-jugoslavi. Qualche fatto positivo si è verificato negli ultimissimi giorni, con l’incontro tra Kurti e Thaci del 14 marzo (i due non si erano parlati né incontrati per mesi), del cui contenuto non è ancora trapelato quasi nulla e il chiarimento di Kurti sulla mancata stretta di mano dovuta solo alle misure di distanziamento sociale prese poco prima dal suo governo a causa dei casi di coronavirus registrati in Kosovo. Per parte sua, l’Alto Rappresentante UE Borrell ha inviato una lettera a Kurti nella quale afferma che anche per Bruxelles è essenziale l’abolizione totale e non parziale del dazio, facendo apparire meno stridente la differenza di vedute con Washington. Ricordando l’immagine di Calvino, è chiaro infatti che un vero dialogo può partire, in tempi rapidi e con idee chiare, solo qualora tutti i merli comincino a fischiare in maniera comprensibile.