Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Primo Levi, la Shoà e la “memoria” tra le piccole comunità

Eduardo Sineterra

Il lemma olocausto deriva dal greco tardo ὁλόκαυστον, letteralmente “tutto bruciato”. Rappresenta uno tra i più noti rituali religiosi tra le antiche scritture ebraico-cristiane, durante il quale una vittima, un animale, veniva sacrificato ed interamente bruciato in nome di Jahvé (il Dio del popolo ebraico).
Questo termine improprio, retorico e sbagliato come il noto chimico e scrittore Primo Levi in seguito sosterrà, non è pertinente agli orrori perpetrati dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Per poter intendere i fatti, qui parleremo di genocidio, ovvero: la metodica e sistematica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, di una stirpe o di una popolazione, compiuta attraverso lo sterminio degli individui e l’annullamento dei valori e dei documenti culturali tutti.

Il numero di vittime nei lager nazisti, in maniera approssimativa e persino ora in costante aggiornamento, oscilla tra i quattordici ed i diciassette milioni di persone.
Tra queste, per non dimenticare mai le minoranze:
– 2.579 sacerdoti cattolici, pastori protestanti e popi della chiesa ortodossa russa;
– dai 3 ai 5 mila Testimoni di Geova;
– 10 mila uomini omosessuali o ritenuti tali;
– 250 mila disabili, prostitute, malati di mente, asociali e saffiche;
– da 200 a 500 mila Romanès e Sinti;
– da 1 a 2,5 milioni di Slavi;
– 2 milioni di Polacchi non Ebrei;
– da 3 a 5,5 milioni prigionieri di guerra e dissidenti politici;
– 6 milioni di Ebrei.

Primo Levi, torinese di nascita, fu deportato nel campo di concentramento di Auschwitz prossimo al ventiquattresimo anno di età. Qui egli vi rimase per circa un anno, sino alla data della liberazione dello stesso, lavorando come chimico per il colosso tedesco, in seguito smantellato, IG Farben. Delle massacranti vicende da internato, tra dicembre del ’45 e gennaio del ’47, egli trarrà la sua più celebre opera Se questo è un uomo: un chiaro e particolareggiato documento circa l’esperienza ebrea nei campi di concentramento tedeschi. Qui egli mostrerà la natura sia del prigioniero che del custode: sistemi divergenti che condividono il medesimo fulcro di distruzione d’ umanità sia da parte di chi lo esercita, sia, per l’appunto, in chi lo subisce. Levi è sopravvissuto tra gli acidi odori del carbone che brucia e del malto tostato polacco “sarà questo l’odore dei lager” confesserà in seguito; mai escludendo la fortuna, unito al desiderio di raccontare, egli sopravvivrà agli orrori della guerra, ritornerà in Italia e continuerà la sua fortunata esperienza sia da letterato che da chimico.
Ma quali furono le doti più utili agli internati nei lager?
Come egli stesso dichiarerà:
1. La conoscenza linguistica: linguistica e linguaggio furono tra le prime cause del naufragio dell’essere umano nel lager. Furon fatalità per molti ebrei, soprattutto italiani che perirono per non aver capito un ordine mai più ripetuto. “è molto importante intendersi: tra uomo che si fa capire e uomo che non si fa capire c’é una differenza abissale; uno si salva, l’altro non si salva”
2. Avere una fede politica, filosofica o religiosa che sia: per percepire se stessi non più come individui bensì come membri di una collettività, affinché il proprio sacrificio non resterà vano; per poter andare al di là del concetto stesso di singolo individuo e sopravvivere persino a se stessi.

A Sanza (SA) in data 28 Gennaio 2018 presso la Chiesa di San Francesco sita in piazza XXIV Maggio, sono stati declamati versi di scrittori e poeti testimoni di quegli orrori; Antonella Confuorto, consigliere delegato alla cultura del comune medesimo, ha mediato e promosso l’evento dal titolo “MAI PIÙ LA SHOÀ” insieme a Pietro De Rosa dell’Associazione Nazionale Amici dell’Arte.
Oltre agli interventi del sindaco Vittorio Esposito e della commossa partecipazione di Angela Furcas dell’Associazione Ebraico-Cristiana, canti religiosi interpretati dal Coro Sinfonico di Voci Teresa Miraglia diretto dal maestro Sabina Gigliotti (con la partecipazione del maestro Pino Pinto), sono stati intonati per un esiguo e partecipe numero di astanti; la catartica performance dell’Ensemble Vocale e Strumentale Salerno Classica diretto dal maestro e direttore Luciano D’Elia composto da Anna Pietrafesa (soprano), Filomena Cilento (sassofono), Pellegrino Armellino (fagotto), Stefania Cucciniello (Pianoforte), ha magistralmente interpretato le melodie e le armonie celebranti la Shoà: l’Adagio di Albinoni, Memory di Webber , Schindler’s list di Williams, The Prayer di Foster, Magnificat di Frisina, Mi mancherai di Bacalov, Gas Gas Gas, The Mission e Israel del maestro Morricone.

“Auschwitz non è solo un lager, Auschwitz è un concetto.
[…] Chi nega Auschwitz è colui che è sempre pronto a rifarlo
[…] Se comprendere è impossibile , conoscere allora è necessario”
[…] La memoria è un dovere per tutti gli uomini in quanto tali” Primo Levi