Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Persino gli invidiosi possono avere speranza.

di Lorenzo Peluso.

invidioso

Uno dei fenomeni che caratterizza il basso livello di qualità che spesso condiziona l’agire ed il costruire, soprattutto in abiti sociali molto limitati, come ad esempio le piccole comunità, è certamente l’invidia. Un sentimento che scaturisce, spesso, in soggetti che per loro natura avvertono un senso di inferiorità innata nel confronto con qualcuno, con quanto ha, con quanto è riuscito a fare. Dal punto di vista psicologico, gli analisti, hanno classificato questo atteggiamento come un’autodifesa da se stessi. Mi sono appassionato alla lettura di alcune riflessioni a riguardo della dott.ssa Cristiana Milla, psicologa e psicoterapeuta. In sostanza l’invidioso con questo tentativo alquanto maldestro di screditare l’altro, prova a recuperare la fiducia, e la stima in se stesso, svalutando l’altro. Dal punto di vista prettamente clinico, si tratta di un processo: prima c’è il confronto con la devastante sensazione di impotenza; poi la reazione aggressiva al fine di tentare di proteggere il proprio modesto valore. Insomma, secondo la letteratura scientifica a riguardo, l’invidioso, una persona che certo soffre di una patologia preoccupante, per se stesso ma anche per la società ed il contesto dove vive, presenta una serie di segnali inequivocabili. Il primo segnale che non sfugge è certamente che l’invidioso cerca in tutti i modi di svalutare l’altro agli occhi del maggior numero possibile di persone provando a provocare il commento negativo degli altri. Solitamente gli invidiosi entrano in azione quando il personaggio da svalutare non è presente, mettendo in moto le “chiacchiere da cortile”. Questo è un atteggiamento da considerarsi “virale” perché naturalmente, una volta avviato il pettegolezzo, c’è sempre qualcuno che si associa, che vuole aggiungere la sua critica, producendo una reazione a catena. Il meccanismo è molto semplice. Al fine di appagare il senso di “impotenza” dell’invidioso, la sua mente gli propone un comportamento che lo spinge a svalutare il modello che lo pone in inferiorità provando ad abbassare il livello di confronto al proprio piano. Un atteggiamento molto pericoloso. Gli analisti tendono a descrivere l’invidioso come un soggetto che solitamente non si prodigano, non si impegna, anzi spesso resta ad osservare chi si dà da fare. La sua sola attenzione è rivolta piuttosto a trovare il difetto, il punto debole di chi sta’ osservando al fine di individuare un suo eventuale errore. Poi, nel momento meno appropriato, scagliano le loro critiche, svalutando l’operato, il comportamento e le qualità della loro vittima. Quest’ultima, invece di reagire, rimane basita, turbata, perché non se l’aspettava. Anzi tenta di giustificarsi, di far comprendere le sue intenzione, ma l’altro, l’invidioso, risponde con altri dubbi e critiche, senza nessuna intenzione di volerlo capire. Illuminante poi la definizione che gli analisti danno delle vittime preferite dai  soggetti invidiosi: tutte quelle persone attive, che si spendono, che si prodigano per gli altri e le persone che hanno progetti da realizzare. Insomma, l’invidia è una vera e propria malattia che spesso non si può curare. Forse, in questo ragionamento, può aiutare anche la linguistica. La parola invidia infatti, deriva dal latino in-videre (“guardare di sbieco”, “guardare storto”). E’ un sentimento diffuso ovunque, questo è vero, al punto che un proverbio danese dice che: “se l’invidia fosse una febbre, tutto il mondo sarebbe ammalato”. Come dire: facciamocene una ragione. l’invidia esiste e l’invidioso è in mezzo a noi. Lo scrittore americano William Arthur Ward in merito ebbe modo di scrivere: “Benedetto colui che ha imparato ad ammirare, ma non invidiare, a seguire ma non imitare, a lodare ma non lusingare, a condurre ma non manipolare”. Ecco, forse da qui si può partire. Dalle parole di William Arthur Ward per sperare che persino gli invidiosi possono avere speranza di provare ad essere ciò che vorrebbero essere ma che non sono.