Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Ottantaquattrogiorni di speranza.

di Lorenzo Peluso.

Era il 30 gennaio 2020. Era un giovedì. E’ il giorno in cui abbiamo scoperto i primi due casi di Coronavirus in Italia. Una coppia di turisti cinesi. Da allora tutto è cambiato. Abbiamo seppellito i morti, senza neppure un ultimo saluto. Abbiamo visto con i nostri occhi le bare, caricate sui camion con la certezza e la rassegnazione di non averli neppure salutati un’ultima volta. Neppure una preghiera. Una carezza, una parola di saluto, di conforto, l’ultima. Abbiamo temuto per i nostri figli, i nostri padri ed i nostri nonni. Abbiamo pianto per amici che troppo presto ci hanno lasciato senza capirne il perché. Abbiamo pianto persino per sconosciuti che senza alcuna colpa hanno pagato un prezzo troppo alto per un male più forte di noi. Abbiamo sperato, aspettato. Abbiamo persino pregato. Abbiamo resistito, ci siamo organizzati. Abbiamo accettato regole e comportamenti che mai avremmo immaginato. Siamo cambiati, siamo cresciuti, ci siamo imbruttiti. Siamo invecchiati ma siamo anche rinati. Siamo diversi. Eppure tutto questo è successo in un tempo talmente limitato che neppure abbiamo avuto il tempo, di comprendere giorno dopo giorno, cosa è accaduto. Abbiamo gioito per ogni vita riconquistata. Siamo stati fieri di quelle donne e di quegli uomini di cui neppure gli occhi abbiamo visto, ma ne abbiamo compreso l’impegno e l’abnegazione. Ci siamo chiusi in casa; abbiamo imparato che occorre conviverci con i nostri cari per capire davvero quanto è difficile darsi accettare. Ci siamo distanziati, ci siamo allontanati, eppure abbiamo continuato a sostenere che è necessario “stare lontani per stare vicini”. Incredibile, abbiamo cambiato il senso del vivere sociale, in poco più di due mesi e lo abbiamo fatto senza proferire parola. Abbiamo chiuso le scuole; abbiamo serrato le chiese. Siamo andati in cerca dei cinesi; poi “dell’untore”. Poi ci siamo ravveduti ed abbiamo compreso che nessuno è immune. Abbiamo abbassato le saracinesche delle botteghe. Abbiamo pianto per Bergamo. Abbiamo chiuso i teatri ed i cinema. Abbiamo chiuso i ristoranti e persino rinunciato al caffè, all’aperitivo. Abbiamo pronunciato parole impronunciabili. Tolicizumab. Abbiamo riscoperto l’esistenza dei virologi. Abbiamo riscoperto il significato della parola pandemia. Abbiamo visto i pacchi alimentari; non abbiamo dormito la notte al pensiero della rata del mutuo che scade domani. Abbiamo conosciuto l’Europa dei burocrati. Ci siamo meravigliati degli olandesi e dei tedeschi. Abbiamo apprezzato gli spagnoli. Abbiamo riscoperto gli albanesi ed i cinesi. Ci siamo infuriati per gli inglesi. Siamo diventati un po’ tutti nazionalisti; poi tutti antimeridionali. Poi antisettentrionali, razzisti e populisti. Abbiamo pronunciato la parola bond. Poi MES. Ci siamo sentiti tutti italiani. Poi tutti più soli. Siamo diventati amici di Borrelli. Abbiamo apprezzato il volontariato ed il bene comune. Abbiamo desiderato un abbraccio. Abbiamo desiderato il mare. Ci hanno multati ed abbiamo compilato decine di autocertificazioni. Siamo stati giornate intere incollati alla tv. Abbiamo riscoperto un buon libro. Siamo stati in silenzio. Poi abbiamo pianto. Ci siamo cercati; non ci siamo trovati. Abbiamo detto che “andrà tutto bene” ma non siamo stati mai convinti. Abbiamo dipinto arcobaleni ma non ci siamo neppure stretti la mano per augurarci buona Pasqua. Ci siamo chiesti se andremo al mare. Abbiamo desiderato la montagna e le passeggiate. Abbiamo portato i cani a spasso e chi non li aveva, persino il pappagallo. Abbiamo donato, altri hanno solo ricevuto. Abbiamo trasformato il senso del tempo e dato dimensione allo spazio. Ci siamo trasformati in scienziati; reporter e politici. Ci siamo offesi ed abbiamo mentito. Abbiamo invocato verità e ci abbiamo creduto. Abbiamo visto un papa pregare da solo. Abbiamo visto un’infermiera stremata dal lavoro. Ospedali da campo, mascherine e guanti. Abbiamo cercato l’amuchina. Abbiamo rivisto i fiumi puliti; gli stormi in cielo. Le stelle di notte. Le fabbriche chiuse. Abbiamo chiesto la cassa integrazione ed il sussidio sociale. Abbiamo riaperto qualche saracinesca. Altre rimangono chiuse. Non abbiamo raccolto gli asparagi. Abbiamo imparato a fare le pizze e le pastiere in casa. Ci siamo lavati le mani oltre un miliardo di volte. Abbiamo sperato. Sono trascorsi 84 giorni. Siamo diventati altro. Abbiamo contato 25085 morti; ad ieri. Quel che non abbiamo smarrito è la speranza che domani sarà meglio; sarà altro.