Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Ora il rischio di un attacco a Beirut è imminente.

di Lorenzo Peluso.

Il caos a Beirut. L’aeroporto internazionale preso d’assalto da centinaia di persone che si imbarcano per lasciare la capitale libanese in seguito all’innalzamento della tensione tra Libano e l’Arabia Saudita. Sono giorni di grande preoccupazione per i cittadini libanesi dopo le dimissioni del primo ministro Saad Hariri. Il governo di Beirut  in modo chiaro ha accusato l’Arabia Saudita di tenere prigioniero il premier, che ha annunciato le dimissioni sabato scorso durante un discorso tenuto nella capitale saudita Riad. L’accusa è pesante: l’Arabia Saudita avrebbe orchestrato la crisi per costringere il Libano ad escludere dal governo i rappresentanti Hezbollah, il movimento sciita alleato dell’Iran. Non si è fatta attendere la replica da Riad: Hariri è libero di muoversi. In realtà i fatti lo confermano. Mercoledì scorso Saad Hariri si è recato ad Abu Dhabi per un colloquio bilaterale con l’emiro ed al ritorno nella sua residenza a Riad ha tenuto un incontro formale con l’ambasciatore francese ed il rappresentante dell’Unione europea. In questa fase proprio la Francia potrebbe giocare un ruolo di primissimo piano. Parigi, ponendosi come mediatore, ritornerebbe ad acquisire quella supremazia diplomatica persa da alcuni anni a Beirut. Un fatto questo che non è sfuggito al premier francese Macron che giovedì è volato a Riad, senza nessun preavviso, ed ha incontrato il principe ereditario Mohammed bin Salman ponendosi a guida di un tavolo di dialogo con Beirut. A seguire le parole del ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian a supporto del governo Arabo: “è escluso che Hariri sia tenuto prigioniero a Riad. Abbiamo preso atto delle sue dimissioni. Era ad Abu Dhabi lo stesso giorno della visita del presidente Macron e quindi pensiamo sia libero di muoversi. La nostra principale preoccupazione ora è la stabilità del Libano ed il raggiungimento di una soluzione politica nel più breve tempo possibile” ha dichiarato Le Drian. Una situazione che al momento vede assolutamente distaccata la diplomazia americana, impegnata sul fronte del Pacifico. Dagli Stati Uniti infatti un solo messaggio velato a Parigi: siamo contro qualsiasi interferenza esterna nelle vicende libanesi. In realtà, a dimostrazione di quanto la situazione sia sull’orlo del baratro, da New York arrivano le parole del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha manifestato grande preoccupazione per la crisi in atto. “È una questione che ci sta molto a cuore. Vogliamo che sia preservata la pace in Libano, è essenziale che non scoppi un nuovo conflitto nella regione che avrebbe conseguenze devastanti” ha ammonito Guterres. Dal Palazzo di Vetro ben conoscono la situazione in Libano, un Paese che si regge su un fragile equilibrio tra fazioni e sotto attenta osservazione israeliana. Tornano alla memoria le vittime e la violenza della guerra civile tra il 1975 e il 1990 ed in successivo conflitto con Israele nel 2006. Una situazione quanto mai preoccupante che viene alimentata dal ritorno in campo del leader delle milizie sciite di Hezbollah, Hassan Nasrallah a cui Riad ha fornito un assist che si attendeva da tempo. la spina nel fianco di Hezbollah rimane la questione irrisolta di Israele. L’accusa all’Arabia Saudita è infatti di spingere Israele ad attaccare Beirut, rimarcando, contestualmente che Hezbolla ha un filo diretto con l’Iran. “Se il problema dell’Arabia Saudita è l’Iran, perché allora sta attaccando, distruggendo e sabotando il Libano? Solo per dimostrare di avere influenza in Libano? – ha accusato Hassan Nasrallah – Ammettiamo che Riad ha un’influenza, ma se pensa di poter sconfiggere la resistenza libanese o i partiti politici che si rifiutano di rispettare la sua volontà e le sue umiliazioni, allora si sbaglia”. Intanto tutte le cancellerie dei paesi del Golfo, dagli Emirati Arabi al Kuwait,  hanno intimato ai propri cittadini che vivono in Libano di lasciare immediatamente il Paese, ammettendo che il rischio di un attacco a Beirut sarebbe imminente.