Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Oltre la crisi. Una rivoluzione che non c’è

C’è una grande dissonanza sul concetto di “crisi” tra come lo stiamo vivendo e l’antropologia. Questa scienza che studia l’origine delle dinamiche e dei comportamenti umani quando parla di crisi pone sul tavolo una questione fatta di posizioni forti che si difendono “coi denti”, provocando inevitabilmente delle azioni vivaci, dei ribaltamenti di ruoli, forti sconvolgimenti.

Oggi, una caratteristica di questa crisi, è un appiattimento di azioni ed un’assoluta mancanza di reazioni. Più che di crisi potremmo parlare di blanda atarassia: una sorta di apatia generalizzata che si configura come un freno ad ogni attività, con derivante incapacità di investire o di prefigurare nuove avventure. Quasi come se fossimo degli estranei osservatori, come se il problema economico ci riguardasse ma interessasse soprattutto gli altri. Non è un caso che Galimberti si chieda e chieda ai suoi alunni, in una recente lezione, come mai, nonostante vi siano tutti i fattori intrinseci ed estrinseci, la gens italica non è ancora (e certamente non lo sarà) in una fase di rivoluzione. Il filosofo individua la ragione in un paio di profonde mancanze, ossia: la coscienza delle classi e i conflitti tra le volontà da difendere, quindi l’incapacità di appartenere. Del resto, oggi chi potrebbe fare una rivoluzione? E con questo non intendo quella fatta dai briganti oltre due secoli fa, ma quella pacifica, utile per far uscire le masse dell’empasse che stiamo vivendo? Difficile immaginarlo. Certo è che i mesi attuali sono probabilmente quelli più difficili, in cui tutto è davvero fermo, nulla si riesce a muovere. Una difficoltà che ci impone di guardare oltre la siepe e di immaginare ciò che operosamente deve essere. Non una fuga con l’immaginazione ma l’attualizzazione di dinamiche che dovranno essere capaci di produrre: come quando nel teatro si guarda oltre, al messaggio da consegnare, passando per la crisi della scena. Una dinamica metateatrale, appunto, per prefigurare un futuro possibile.