Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Nuovo attacco talebano nella provincia afghana di Maidan Wardak. Intanto rinvio per le presidenziali.

di Lorenzo Peluso.

Kabul – Sangue ed ancora sangue, in Afghanistan. Una delle più sanguinose perdita di vite umane nei diciassette anni di guerra che hanno devastato l’Afghanistan. Ieri mattina sie ra parlato immediatamente di 12 vittime e 28 ferite, tutti militari. Il nuovo attacco da parte dei miliziani talebani, è avvenuto contro una base militare nella provincia afghana di Maidan Wardak, nei pressi di Kabul ed ha causato purtroppo circa 130 morti. Un gruppo di miliziani ha lanciato un attacco coordinato facendo saltare in aria un veicolo imbottito di esplosivo, mentre le forze di sicurezza afghane hanno neutralizzato un’altra autobomba. Il portavoce del governatore provinciale, Rahman Mangal, ha riferito che i talebani hanno rivendicato l’attacco. Il paese è di nuovo nel caos. La spinta talebana partita dai villaggi a confine con il Pakistan prosegue e conquista ogni giorno terreno a colpi di attentati  e vittime, innocenti. L’annuncio poi del ritiro delle forze americane dal paese pochi giorni prima di Natale, da parte di Trump sta paradossalmente contribuendo alla completa destabilizzazione dell’Afghanistan, costata durante oltre un decennio di guerra ininterrotta, migliaia di morti americani e non solo. I numeri trapelati parlano di almeno 7000 soldati americani che lasceranno il Paese a breve, in realtà sono già attive le operazioni di trasferimento, 7000 sulle 14.000 unità ancora presenti nel Paese. Aree conquistate e stabilizzate con il sacrificio di marines ora tornano nel pieno controllo dei talebani; un sacrificio inutile. Pur vero è che continua il confronto diplomatico tra americani e talebani, con la posizione molto netta degli USA nel mantenere le basi militari statunitensi in Afghanistan, promettendo in cambio “un serio sostegno” nel ripristino del paese devastato dalla guerra. Inutile negare per la coalizione internazionale rimane fondamentale, almeno per salvare il salvabile, continuare a mantenere attive le grandi basi di Bagram, Jalalabad, Kandahar. Secondo la proposta americana, queste basi militari “serviranno a preservare la presenza di Washington nella regione”, ma “non influenzeranno in alcun modo la sicurezza” nella Repubblica islamica. Tutto questo è chiaro anche in virtù di quel processo che è stato già attivato di ricostruzione delle infrastrutture distrutte del paese che vedono interessate grandi multinazionali occidentali. Il lungo processo di democratizzazione del paese, passato più volte dalle urne, ha registrato però dopo l’annuncio del ritiro americano, la decisione da parte della commissione elettorale afghana di rinviare le elezioni presidenziali previste in aprile. Dopo il quasi fallimentare tentativo di rieleggere il parlamento in autunno, risulterebbe molto complicato garantire l’elezione di un nuovo presidente, in sicurezza e soprattutto nel pieno della libertà d’espressione. Pur vero che le elezioni del 20 ottobre 2018 hanno registrato per l’Afghanistan un primo successo, per la presenza di file ininterrotte di uomini, ma anche tante donne, ai seggi. Un enorme sforzo per garantire sicurezza ma che alla fine anche in questo caso ha visto pagare un prezzo altissimo di vite umane per gli attentati registrati in diverse regioni. Almeno 377 le vittime, per la maggior parte forze di sicurezza afghane. Nonostante si parli di vite umane, è stato comunque un successo, se solo si considera che i morti, nella tornata elettorale del 2015, furono 29 mila. Il paese delle contraddizioni, dunque l’Afghanistan, dove anche il numero dei morti, deve per forza, risultare un successo.